Parole
come “creatività” occupano, semanticamente, il filo sottile fra due vuoti: la
banale genericità dell’ovvio, da una parte; l’elitaria eccezionalità,
dall’altra. Infatti ci ripetiamo ora che creativi lo saremmo tutti ora che lo sarebbero
alcuni geni canonizzati. Questa
polarizzazione non mi convince. Per evitare di dire, con il medesimo vocabolo,
troppo o troppo poco può riuscire istruttiva la chiave ermeneutica (di origine
aristotelico-medievale) dell’analogia : creativi lo siamo tutti i
viventi, ma ognuno a modo suo, in parte simile e in parte (ancora maggiore)
dissimile da ogni altro vivente. Le
formiche della villa comunale manifestano, indubbiamente, creatività nel
costruire il formicaio; ma una creatività che somiglia soltanto, senza
uguagliarla, alla creatività degli architetti della Firenze rinascimentale. In
entrambi i casi dei soggetti trasformano una materia donando emergenza a
qualcosa di novum, di inedito; ma il grado di questa novità non è il
medesimo. Il ruolo della soggettività autrice, infatti, può andare da livelli
minimi – per cui si riproduce nei secoli un prodotto pressoché uguale – a
livelli massimi di originalità, sino alla vera e propria unicità irripetibile,
inimitabile.
Se adottiamo questa griglia interpretativa non è difficile riconoscere nella categoria “creatività” una costellazione di qualificazioni positive, al punto che spesso usiamo l’aggettivo “creativo” in un’accezione immediatamente laudativa. La vita dei singoli e le vicende dei popoli scorrono di solito con monotona ripetitività, per cui risulta spontaneo salutare con compiacimento ogni gesto che introduca qualcosa di “nuovo sotto il sole”: il combinato disposto di tradizionalismo e di conformismo costituisce una cappa di grigiore omologante insopportabilmente soffocante.
Contro
la divinizzazione della creatività
Come
tutti i valori, anche la creatività è esposta al rischio dell’acritica
enfatizzazione retorica. Peggio: se assolutizzata, può capovolgersi in
disvalore. D‘altronde, se è uno dei modi in cui si manifesta l’intelligenza,
non c’è da stupirsi che ne condivida l’ambivalenza: di per sé è un bene, ma ne
possiamo fare un uso spregevole (specie quando la disconnettiamo dall’insieme
delle nostre potenzialità umane: come notava Chesterton, c’è una forma di
pazzia che consiste nel perdere tutto tranne la ragione).
Le
serie televisive ‘gialle’ statunitensi abbondano di esempi spiazzanti di
creatività criminale: suppongo che non tutti siamo d’accordo nel considerare un’abilità ammirevole inventare metodi inediti
di tortura di vittime innocenti. In campi un po’ meno perniciosi, come il
marketing, assistiamo nelle tecniche pubblicitarie a manifestazioni di
creatività originale di cui faremmo volentieri a meno per rispetto della nostra
salute fisica (quando mirano a farci ingurgitare alimenti poco dietetici) o
dell’immagine pubblica della donna (quando viene rappresentata come merce
apri-pista di altre merci).
Tra
intellettuali e artisti finalizzare la creatività all’originalità può diventare
un’ossessione oscillante fra il patetico e il ridicolo. Già nel Settecento
Rousseau stigmatizzava la tendenza di numerosi suoi colleghi a voler apparire a
tutti i costi diversi dagli altri. Tutti noi abbiamo nella cerchia dei nostri
conoscenti qualcuno che interviene nelle discussioni prima di tutto, o
addirittura esclusivamente, per contestare un’affermazione, prenderne le
distanze, proporre un’alternativa: come se riconoscere la particella di vero
nelle opinioni altrui fosse indice di scarso acume critico! E ai primi anni di università uno dei miei
docenti di filosofia, Armando Plebe, diceva – e scriveva – che il filosofo
dev’essere come il clown che irrompe in un contesto spiazzando gli astanti con
trovate inaspettate. Un suo collega, Nunzio Incardona, non teorizzava questa
strategia stupefacente, ma la praticava: le sue lezioni, come i suoi testi,
erano zeppe di neologismi fantasiosi collegati da una sintassi ardita.
Bertold
Wald ha riferito, a proposito di un pensatore importante nella mia formazione,
Joseph Pieper (“per l’alta tiratura dei suoi scritti e l’ampio numero delle
traduzioni, egli è il filosofo tedesco più letto del ventesimo secolo”), che
nella cerchia dei discepoli di Martin Heidegger (dove “bizzarria speculativa e
stravaganza terminologica venivano e vengono ancor oggi considerate come segno
distintivo dell’argomentare filosofico”) si diceva: “Joseph Pieper? Tutti lo
capiscono – questa non è filosofia”.
Spero
sia chiaro che non sto tentando alcuna apologia della banalità. Sto solo denunziando
alcuni metodi truffaldini per camuffarla, come appunto la creatività apparente.
E’ pacifico che per dire cose nuove si debbano (e dunque si possano) creare
parole nuove; ma è disonesto intellettualmente inventarsi parole nuove solo per
non far notare di dire cose vecchie. Tra l’altro è un trucco superfluo perché
anche le cose antiche possono essere dette creativamente se usiamo le parole antiche
con autenticità, avendole incarnate e ri-create. Già: è importante sottolineare
il nesso autenticità-creatività-originalità. Proverei a formularlo in questo
modo: quando si crea con autenticità
(cioè con fedeltà alla propria ispirazione) si risulta comunque originali.
Aggiungerei che l’originalità (che può – non: deve – risultare esotica,
extra-ordinaria) è in ogni caso un effetto collaterale, non un obiettivo da
perseguire in se stesso.
Dopo
aver citato Luc de Clapiers de Vauvenargues – “Un libro davvero nuovo e davvero
originale sarebbe quello che facesse amare vecchie verità” – Pierre Hadot così
chiosa: “Ci sono verità di cui le generazioni umane non giungeranno mai a
esaurire il senso; non che siano difficili a capirsi, al contrario sono
estremamente semplici, spesso hanno persino l’apparenza della banalità; ma
precisamente, per comprenderne il senso occorre viverle, occorre rifarne incessantemente
l’esperienza: ogni epoca deve riprendere questo compito, imparare a leggere e a
rileggere queste <vecchie verità>” (per questa citazione, e le precedenti
di questo paragrafo, rimando al mio La filosofia come terapia dell’anima.
Linee essenziali per una spiritualità filosofica, Diogene Multimedia,
Bologna 2019, pp. 131 – 135). Non so se ci attende un Aldilà in cui ciascuno
conserverà la memoria della propria storia, ma so che – se così fosse – ci
sarebbe da divertirsi lungamente nello scoprire che la creatività narcisistica
ed esibizionistica di un Vittorio Sgarbi è solo la parodia della creatività di
quelle migliaia di insegnanti di arte che, ogni giorno come se fosse per la
prima volta, hanno parlato di bellezza artistica ai loro alunni con amore
sincero e competente. E solo per questo sono stati in grado di contagiare la
propria quieta passione.
L’humus (nascosto) della creatività
Talora
la nozione di creatività si oppone a nozioni che ne denominano invece dei
presupposti irrinunciabili.
Un
caso tipico è l’opposizione creatività/tradizione. Non c’è creatività senza
innovazione e dunque senza tradimento di ciò che si è ricevuto in eredità. Ma è
proprio il patrimonio (materiale e simbolico) tramandato che può suscitare
dialetticamente l’inventiva. Chi è privo di memoria rischia di scambiare per
creazione inedita ciò che è già stato visto, criticato, superato: di
sbandierare come proprio merito “la scoperta dell’acqua calda”.
Abbastanza simile l’opposizione creatività/tecnica. Dal Rinascimento italiano del Cinquecento in poi abbiamo imparato a distinguere il diligente artigiano, che padroneggia tecniche faticosamente apprese, dal fantasioso artista che fa saltare il tavolo e impone nuove regole di gioco. Ma quando si ascoltano questi rivoluzionari si apprende – come si esprimeva ad esempio Picasso – che ci vuole una vita per imparare a dipingere con la spontaneità creatrice di un bambino. Solo chi ha avuto la pazienza di seguire le prescrizioni canoniche può trasgredirle efficacemente: nessun aereo decolla senza aver accettato di strisciare terra-terra su una pista per tutto il tempo necessario.
Creatività
ad intra
Sinora
abbiamo riflettuto sulla creatività ad extra, come attività transitiva.
Essa presuppone, per certi versi, e contribuisce a realizzare, per altri, la
creatività ad intra: l’auto-creatività. E’ vero infatti che l’azione è
effetto e manifestazione di ciò che si è (agere sequitur esse); ma direi
essere altrettanto vero che si è ciò che le nostre azioni – specie se ripetute
– ci rendono (esse sequitur agere). Siamo originariamente e radicalmente
“dati” – donati – a noi stessi, ma non in un assetto definito al punto da
essere esonerati dal plasmarci, dal ri-formarci, dal co-crearci.
Neanche
questa accezione soggettiva, personale, di creatività va mitizzata. Da una
parte dobbiamo essere fieri di ciò che siamo diventati: non dobbiamo
vergognarci delle nostre caratteristiche peculiari, della nostra originalità, e
immergerci nella massa per mimetizzarci. Si ricorda come molto saggia la
richiesta dell’attrice Anna Magnani a un suo truccatore: “Lasciami tutte le rughe, non me ne togliere nemmeno una. C’ho messo una
vita a farmele!”. Tuttavia questo sano orgoglio di essere ciò che si è – e se è il caso
di pagare in termini di emarginazione la propria inventività pionieristica, catacronistica
- non deve necessariamente includere tutti i propri difetti, specie se dai
risvolti oggettivamente – e socialmente – sgradevoli. Da qualche parte mi è
capitato di leggere: “Sei unico, sii te stesso! Ma se capisci che sei uno
stupido, non insistere”. Uno stolto che, creativamente, si eserciti ad esserlo
ogni giorno di meno non perde di originalità: si limita a modificarne i tratti.
Da ex-insipienti si può essere unici come, e più, che da insipienti.
Augusto
Cavadi
“Le
nuove frontiere della scuola”, n. 65, Dicembre 2024, pp. 9 – 12.
1 commento:
Caro Augusto, durante il mio corso di laurea in Filosofia (anni '80) mi imbattei in due testi assolutamente divergenti in quanto alla chiarezza del linguaggio. L'uno, "Le due fonti della morale e della religione", di Bergson, mi sedusse per lo straordinario connubio fra la profondità del pensiero e l'adamantina intelligibilità della prosa, costante di tutte le sue opere (fa eccezione la sola "Materia e memoria"). Non a caso gli venne assegnato il Nobel per la letteratura. Fu più tardi la volta de "Il concetto di metafisica del principio", del professore Nunzio Incardona, che trovai astruso e tortuoso. Incomprensibile. Mi dissi, allora, che il giudizio di uno studente-lavoratore, assente dai seminari, che si confrontava con il solo testo, non era molto attendibile. Eppure, quel Bergson, così chiaro e non meno profondo, anzi per me illuminante... Mah... Certo, la filosofia è il suo linguaggio, e rimane (mi rimane) il dubbio se uno stesso pensiero possa venire espresso con più piana prosa, mondato dalle oscurità. In quanto, poi, a chi la filosofia la insegna istituzionalmente, beh qui si apre un mondo di infiniti aneddoti, di grandezze e piccinerie tutte umane, dalla quale la filosofia è tutt'altro che esente. E come potrebbe? Anche se dovrebbe!
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