ROSARIO LIVATINO, MAGISTRATO DELLA REPUBBLICA
E MARTIRE DEL VANGELO
Del magistrato Rosario Livatino la memoria collettiva ricorda – anche grazie al titolo di un bel film di Alessandro di Robilant – l’ingiuria coniata da Francesco Cossiga: “giudice ragazzino”. Che si tratti di una figura complessa, intensa, travagliata lo evidenzia molto bene don Pio Sirna nel suo Rosario Livatino. Identità, martirio e magistero (Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2020) appena pubblicato. Non si tratta di uno dei tanti volumetti, non privi di merito, che sintetizzano brevemente le linee essenziali di un personaggio e delle sue vicende, ma di uno studio monografico analitico e approfondito che ne scandaglia – documenti alla mano – i risvolti più vari. Una possibile chiave di lettura del libro (si tratta di un’indagine teologica, più precisamente di teologia ‘spirituale’) è che esso intenda dimostrare come in questa esistenza si sia incarnato, pur con serie crisi di coscienza e gravi sofferenze interiori, il modello di laico delineato dal Concilio Vaticano II.
Livatino, infatti, da una parte coltiva – attraversando momenti di dubbio e di vera e propria oscurità – la dimensione della fede, consapevole che la vocazione alla santità non è un’esclusiva degli uomini e delle donne che si consacrano in modo speciale a Dio, ma riguarda tutti i battezzati e tutte le battezzate; anzi, l’intera umanità che vive anche fuori di confini ecclesiali: “La sua vicenda, del tutto fuori dalla «asfissia delle tipologie di antiche nostalgie monastico-clericali», prende a tema l’autentica santità di un battezzato che, vissuto nel mondo, si è lasciato guidare nel cammino verso il fine ultimo, non deflettendo neanche quando si è sentito chiamare da Dio a dare la vita. Proprio per questo è testimone significativo e imitabile”.
Ma, dall’altra parte e con non minore convinzione, il giovane magistrato coltiva la dimensione della lealtà civica che impone universalmente – e in modo del tutto particolare ai funzionari dello Stato - il rigoroso rispetto della Costituzione e di tutte le leggi non in dissonanza da essa. Nella sua ottica non regge alcuna dicotomia: “l’irrinunciabile primato di Dio nella coscienza dell’uomo non è in contrasto con il potere/giurisdizione della legittima autorità civile di organizzare la vita della polis bisognosa di ordine, legalità e giustizia. Nella dialettica Città di Dio-città dell’uomo, Gerusalemme-Atene, il cristiano obbedisce perciò allo Stato fino a quando questi non si mette contro Dio e la sua divina legge”.
Appartenenza confessionale e laicità nella propria professione, dunque, lungi dall’escludersi reciprocamente, si esigono e si supportano a vicenda. Il cristiano – ad esempio il giudice cristiano – che nell’esercizio delle proprie funzioni si facesse condizionare da simpatie e antipatie ideologiche (comportandosi come membro di una lobby religiosa) tradirebbe, prima ancora della deontologia, la fedeltà evangelica.
Il ‘martirio’ – in senso teologico ma anche di ‘testimonianza’ civile – di Livatino è avvenuto nel contesto della criminalità mafiosa siciliana. Sarebbe però riduttivo non coglierne, nella concreta irripetibilità storica, il significato molto più ampio, direi universale: da Socrate a Gandhi, le civiltà susseguitesi sul pianeta sono punteggiate da personaggi che in maniera tanto eloquente quanto silenziosa richiamano a tutte e a tutti noi che la durata dell’esistenza è un valore, ma non il più decisivo.
Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com
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