mercoledì 4 febbraio 2026

Perché lo “sciopero alla rovescia” di Danilo Dolci, dopo 70 anni, ci parla ancora

Il 2 febbraio 1956, il sociologo guidò 200 operai in lotta per ricostruire un tratturo abbandonato di Partinico. Voleva affermare il tema "lavoro per il bene comune". Per il filosofo Augusto Cavadi: «La scuola di Dolci segue la scia della nonviolenza di Gandhi, secondo il quale si entra nel conflitto portando un contributo attivo, creativo, non rinunciatario»

di Gilda Sciortino

Era il 2 febbraio del 1956 quando circa duecento  lavoratori rivendicarono il loro diritto al lavoro riattivando una trazzera abbandonata di Partinico, ossia un tratturo, in provincia di Palermo. Una forma di protesta non violenta, guidata dal sociologo Danilo Dolci,  padre del metodo maieutico, che passerà alla storia con il nome di “sciopero alla rovescia”.

Settant’anni dopo ci chiediamo quanto sia rimasto di quell’azione. Lo facciamo con Augusto Cavadi, filosofo palermitano, che negli anni ha approfondito la figura di Dolci celebrandone l’eredità nonviolenta e l’impegno sociale in Sicilia.

In quale contesto si deve inserire lo sciopero alla rovescia promosso da Dolci?

Va sicuramente inserito in un contesto molto più ampio, anche storicamente, quello dell’alternativa      all’azione rivoluzionaria armata, che è un po’ il paradigma che normalmente viene dato per scontato: la rivoluzione, o è armata o non è. Questo per via anche della Rivoluzione francese, della Rivoluzione d’ottobre, della Cina, di Cuba; nell’immaginario collettivo, nella cultura collettiva, o ammazzi o sei ammazzato. Una logica che abbiamo anche visto dominare i mass media, per esempio in occasione della guerra russa-ucraina: l’ Ucraina o si difende con le armi o si deve arrendere? Danilo Dolci si inserisce, invece, in un pensiero terzo: né uccidere, né farsi uccidere, né reagire violentemente, però neanche subire passivamente.

C’è, dunque, una terza strada…

Quella di una lotta che si prefigga degli scopi costruttivi, razionali, degli obiettivi concreti, ma che avvenga in maniera tale da conquistare la mente dell’avversario, la sua coscienza. Questo direttamente o, come nel caso di Danilo Dolci, conquistando la coscienza della opinione pubblica dai cui voti poi dipendeva il consenso democristiano. La scia in cui, quindi, secondo me, va collocato lo “sciopero alla rovescia” è appunto la scia della lotta nonviolenta,  che deve essere lotta, deve avere anche dei risultati pratici, ma di tipo più creativo, più inventivo, di tipo più costruttivo.

Sciopero al quale si uniscono anche tutte le altre forme di protesta, come per esempio i digiuni, che Danilo Dolci mise in atto

Danilo Dolci ne ha sperimentato diversi di questi metodi, che poi magari sono stati un po’ banalizzati quando, per esempio quelli con Marco Pannella, non sempre risultavano significativi e eloquenti, perché prevaleva l’aspetto mediatico. Eppure, quando lui li sperimentò per la prima volta, erano dei metodi originali, inediti. Questo lui lo ha praticato sia nei confronti dei governi, e sappiamo tutti i problemi che ha avuto anche di tipo giudiziario, per esempio la condanna nel processo per diffamazione intentatogli dal padre di Sergio Mattarella, sia nei confronti del versante mafioso. Ricordo un convegno nazionale organizzato 25 anni fa a Baida, in provincia di Palermo, su “mafia e nonviolenza, del quale abbiamo pubblicato gli atti con in copertina la foto di Danilo Dolci durante una manifestazione insieme a Peppino Impastato. In quell’occasione abbiamo avuto modo di parlare di mediazione non violenta, di alternative alle pene carcerarie, di tutto il mondo che gira intorno a queste problematiche. Ma, per essere sintetici e andare al cuore della questione, uno dei punti fondamentali della strategia antimafiosa di Dolci è stato quello di riprendere la distinzione, che nella cultura nonviolenta è fondamentale, tra l’errore e l’errante.

Odio la mafia e non i mafiosi

Ho più volte riportato la frase che lui pronunciò, Odio la mafia e non i mafiosi, sottolineando la sua importanza in quanto, sul piano psicologico, è chiaro che a cominciare da me, ma non credo di essere solo, non è per nulla facile distinguere in Totò Riina la persona dal sistema di cui è espressione. L’idea di principio è che io, nella cultura nonviolenta, non ho nessun diritto morale di pesare la responsabilità etica del delinquente, del criminale, quindi anche del mafioso. Per capirci, che ne posso sapere io del perché Totò Riina è diventato Totò Riina? È chiaro che, poiché non lo so, non lo posso lasciare libero di fare quello che vuole: lo devo bloccare, gli devo impedire di fare del male. Tutto questo deve necessariamente essere accompagnato da sentimenti di odio nei confronti della sua persona? Cosa che tra l’altro poi mi impedisce di capire la figlia, che dice che il padre è stato sempre una persona tenera, affettuosa, comprensiva. Ma non è l’unica figlia di mafiosi che racconta queste cose. A me il figlio di  un capo mafia, mi diceva: “Io ho stentato, quando l’hanno imprigionato, ad accettare che fosse un mafioso perché a casa era il padre che tutti avremmo voluto, rispettoso, affettuoso con mia madre, con tutti noi". Questo per dire che in alcuni casi e per alcune persone è particolarmente difficile distinguere il peccato dal peccatore ("noi"  tendiamo a identificarli), ma così ci precludiamo di capire come mai a congiunti e amici dei mafiosi venga spontaneo, e con sincerità, operare questa distinzione.  

Una distinzione fondamentale da fare

A partire da GandhiMartin Luther King fino a Danilo Dolci e Aldo Capitini, è fondamentale distinguere perché, se io devo combattere, la vera vittoria è convincere l’altro che sta sbagliando. La vera vittoria, però, non è immobilizzarlo, neutralizzarlo, ma conquistarne il punto di vista, fargli cambiare la visione del mondo. Ovviamente, questo come meta utopica, non è detto che si ci riesce 100 volte, 90 volte, 50 volte su 100. Ogni caso è diverso. Sicuramente, Danilo Dolci si muoveva in questa prospettiva. Mi è, poi, capitato di rilanciare alcuni racconti, per esempio di Rita Borsellino quando andava a trovare dei mafiosi a Regina Coeli che le dicevano: “Io ho avuto sempre rispetto di suo fratello perché si vedeva che non ce l’aveva con me, che era dispiaciuto perché ero quello che ero”. Lo stesso, lo ricorderemo, Tommaso Buscetta a Giovanni Falcone: “Io, dottore, con lei ci parlo perché non mi umilia, perché lei rispetta la mia dignità umana”. Ora, questo è un criterio difficilissimo da attuare. Io ho difficoltà ad attuarlo con il vicino di casa, si pensi in contesti di un certo genere. In quanto amico o cultore della nonviolenza, devo dire che il criterio è quello e Danilo Dolci l’ha applicato nei confronti sia dei politici sia dei mafiosi.

Tornando allo sciopero alla rovescia, si può definire  un atto di cittadinanza attiva ?

Direi piuttosto di lotta attiva perché la nonviolenza ritiene che bisogna inventare dei metodi di lotta. Mi riferisco alla nonviolenza, scritta così, tutta unita, come diceva Aldo Capitini, iniziatore tra le altre cose della marcia Perugia-Assisi, di cui Dolci era amico. Secondo lui il nonviolento non è qualcuno che non fa, ma è uno che fa attivamente qualcosa, che deve naturalmente rompere gli equilibri, disturbare,  "provocare" nel senso più bello della parola. Non si tratta di subire in prima persona né di assistere impunemente alle ingiustizie che subiscono gli altri. Deve essere una rivoluzione pacifica, ma una rivoluzione. 

Ma oggi lo “sciopero alla rovescia ” di Danilo Dolci avrebbe senso? Potrebbe esistere?

Secondo me sì, ma andrebbe adattato ai tempi. Allora gli operai costruirono una trazzera, non so quanto oggi ne parlerebbero i giornali. Bisognerebbe fare delle cose che la legge prescrive, ma che poi nessuno attua perché era un po’ questo il senso che animava la protesta: “Se voi non ci date da lavorare, noi lavoriamo comunque gratis”. Se poi dobbiamo capire come coinvolgere i lavoratori, questo dipende dal deficit di cultura nonviolenta che registriamo. Lo vedo parlando con le persone che frequentano il centro del “Movimento Nonviolento" che  abbiamo aperto a Palermo, ma anche quando andiamo nelle scuole o in qualunque altro luogo della città: non c’è un rifiuto, ma tanta ignoranza. La gente pensa che nonviolenza significa accettazione passiva della prepotenza degli altri: “Tu sei non violento se ti fai prendere a botte o non reagisci alle provocazioni”, che è esattamente il contrario di quello che hanno sempre detto i pionieri della nonviolenza. I conflitti ci sono e non bisogna nasconderli; anzi, se sono nascosti, bisogna farli emergere e, una volta alla luce del sole, devi scegliere se risolverli con la violenza o con altre armi che non siano la violenza fisica. Che poi era la scelta che ha fatto la Costituzione italiana quando parla di espellere la guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti, ammettendo che i conflitti ci sono e che sono inevitabili nei rapporti interpersonali come in quelli sociali, nei rapporti nazionali e internazionali. Conflitti di classe, ma anche di interessi di vario genere.

Quindi, quale strada intraprendere nel concreto?

Lalternativa non è reagire violentemente o non reagire, c’è la terza possibilità che è reagire con forza, infatti la via che usava Gandhi era la "forza della verità".  Per lui la vera nonviolenza è forza nel senso che si entra nel conflitto portando un contributo attivo, costruttivo, creativo, non rinunciatario. Chiaramente, per fare questo, ogni epoca, anzi ogni condizione, anche locale, ogni contesto specifico dovrebbe avere il suo modo di inventarsi i mezzi nonviolenti.. Dobbiamo ispirarci allo spirito proprio della nonviolenza che è quello di mirare alla conversione della coscienza del nemico: “Non mi interessa tanto abbatterlo quanto convincerlo che sta sbagliando e che, uscendo da quella condizione, non ci guadagno solo io ma anche lui”.

Quali sono oggi i nostri nemici?

Sicuramente TrumpNetanyahu, secondo me anche Putin, ma il punto è che oggi devi convincere gli elettori perché ci saranno stati sicuramente tanti imbrogli, ma chi vive negli Stati Uniti mi dice che, ogni due persone con cui parla, ce n’è almeno una che è d’accordo con chi è oggi al potere. Attenzione, però, non è che l’America di 60 anni fa, quella di Martin Luther King, fosse più pacifica. Non dimentichiamo che c’era il Ku Klux Klan, eppure sono state fatte tantissime battaglie di libertà e democrazia che sono costate lacrime e sangue. Purtroppo, di queste cose, non se ne parla nei libri di storia, a mala pena troviamo un paio di righe su Gandhi e una riga e mezza su Martin Luther King. Non dobbiamo assumere una posizione di contrapposizione frontale, rimanendo nel paradigma della lotta violenta. Diversamente, se accetteremo certe logiche, non ci potremo lamentare se ne usciamo sconfitti.

Cosa rimane di Danilo Dolci?

Secondo me di Dolci rimane tutta una scuola che segue la scia della nonviolenza che è cominciata prima di lui con quelle figure di riferimento di cui parlavo prima, Gandhi e Martin Luther King, e che continua con contemporanei come un altro grande pioniere della ricerca sulla pace quale Johan Galtung:  persone che non solo insegnano ma praticano anche la mediazione nei conflitti, come accaduto in Jugoslavia quando si è provato a mediare fra gli eserciti in guerra.

Importante inserire Danilo Dolci in questa corrente, ma senza farne un santino

Assolutamente, questa è la prima cosa da scongiurare. In secondo luogo ci spetta cercare di attuare le sue battaglie che oggi, secondo me, andrebbero fatte su due versanti.

Innanzitutto quello della mafia, lavorando per esempio con tutte quelle forme di giustizia riparativa che consistono nel creare occasione di dialogo con la vittima e il colpevole, come anche con le famiglie dei mafiosi, per evitare che vivano come un’ingiustizia quello che è successo al padre incarcerato. Questo in nome di quel principio in base al quale Danilo diceva appunto: “Odio la mafia, non i mafiosi”.            

C’è poi il piano della politica internazionale che ci chiede un’attenzione alta. Lavoro che portiamo avanti da tre anni con la campagna per l'obiezione di coscienza al servizio militare, che vuole scongiurare pericoli che richiamano scenari di guerra oscuri. Danilo Dolci ci ha insegnato a riflettere prima di agire, ma di agire sempre pensando chi abbiamo davanti.

Questo è il link alla versione originaria (dove purtroppo ci sono alcuni errori ortografici e tipografici):

Sullo sciopero alla rovescia di Danilo Dolci



lunedì 2 febbraio 2026

DARE CONSENSO A TUTTO, INDIFFERENTEMENTE: IL SUICIDIO DELLA DEMOCRAZIA

 Chi di noi non ha mai avvertito, neppure da giovane, il fascino di una società anarchica, farebbe bene a verificare lo stato della propria salute mentale. Mi riferisco alla nozione “tecnica” (originaria, autentica) di anarchia che  - all’opposto dell’accezione comune – dice ordine, armonia, cooperazione, rispetto delle regole…per “comune sentire” (non viene da qui il termine ‘consenso’?) e non perché un’autorità esterna, superiore, potenzialmente sanzionatoria ci condiziona con minacce e promesse.

Se, pur affascinati dal modello anarchico, molti non lo adottiamo come progetto a breve termine (e lo lasciamo sullo sfondo come ‘utopia’ verso cui avanzare incessantemente ma asintoticamente) è perché ben presto impariamo che l’umanità  è un “legno storto” (Kant) e, nella più ottimistica delle ipotesi, lo è perché da troppo poco tempo ha iniziato il cammino evolutivo. Come gli infanti, è incapace di reggersi autonomamente. Ha necessità di essere sostenuto da un girello.

Vero e falso ‘consenso’

Su questa verità antropologica basilare si possono costruire – come attesta la storia del pianeta – due modelli principali di organizzazione sociale.

Il primo, accentuati gli aspetti di debolezza e di vigliaccheria di noi mortali, nonché ignoratene le altrettanto evidenti potenzialità positive e costruttive, esalta la necessità di un potere assoluto, dittatoriale, repressivo -  esercitato da un monarca o da un ristretto novero di aristocratici o da una squadra di avanguardie rivoluzionarie  - che si assicuri senza eccezioni significative il ‘consenso’ delle masse. E’ ragionevole chiedersi, in questi casi, se un consenso ottenuto vietando ogni dissenso, si possa considerare davvero tale.

Il secondo modello, in accordo con il primo, ritiene inevitabile un potere politico: non lo divinizza, ma neppure lo demonizza. Fuor di metafora: ritiene irrinunciabili delle istituzioni, purché funzionino secondo norme concordate e condivise, chiare e vincolanti per tutti. Alla sovranità di soggetti umani (più intelligenti o più intraprendenti o più violenti della media statistica) preferisce la sovranità delle leggi: al consenso allo Stato dell’arbitrio (fallace perché prestato per necessità) preferisce il consenso allo Stato di diritto (attendibile perché prestato in libertà).

Sulla carta – più precisamente, sulla Carta costituzionale – la nostra Repubblica è democratica: il demos non rifiuta ogni istituzione in quanto tale, ma solo le istituzioni che non gli riconoscono l’autorità di controllarle, orientarle, modificarle (sia direttamente che indirettamente mediante organismi rappresentativi). Non rifiuta il consenso, ma l’obbligatorietà dello stesso per mancanza di alternative. La nostra Repubblica, appena emersa da vent’anni di repressione fascista, è una democrazia di impianto liberal-borghese: con mille lati deboli (soprattutto perché vulnerabile da parte dei poteri economici che – grazie alla propaganda e alla corruzione – sono in grado di manipolare l’opinione degli elettori); dunque da correggere, integrare, superare; ma solo a patto che nuovi modelli la incorporino e la trascendano, senza snaturarla né abolirla.

Così concepita dai padri costituenti – frutto convergente di diverse culture politiche: liberale, democratica, cattolica, socialista, comunista…- la nostra Repubblica non gode di nessuna garanzia di immortalità. Prodotta dai delegati di una maggioranza di (saggi) cittadini può essere deformata o addirittura distrutta dai delegati di una maggioranza di (stolti) cittadini: tutto dipende dalla quantità e soprattutto dalla qualità del consenso di cui gode generazione dopo generazione. Un albero di ciliegie può resistere qualche anno all’abbandono, alla siccità, alle intemperie: ma, se proprio nessuno se ne prende cura perché non ha alcuna passione per le ciliegie (o, addirittura, è ad esse allergico), presto sfiorirà. O morirà per sempre.


Le tre dimensioni del ‘consenso’ democratico

La prima condizione del mantenimento in vita della Repubblica democratica è che la sua carta d’identità venga conosciuta nei principi fondamentali e negli altri articoli: “conosciuta” in maniera non aridamente mnemonica, bensì nell’accezione più simpatetica e coinvolgente[1].

Conoscere è necessario, ma insufficiente: una seconda condizione è che la Costituzione venga accolta, recepita, condivisa con il “consenso libero, personale ed esplicito degli individui”. In pratica, però,  “non solo nel novanta per cento della storia delle civiltà umane, ma anche in grandissima parte della vita delle moderne società democratiche”, le istituzioni (e chi le gestisce pro tempore) si barcamenano, rinunziando a “un consenso esplicito” e accontentandosi di “un semplice riconoscimento (che non ha necessariamente il carattere di un’approvazione, ma nella maggior parte dei casi di una semplice accettazione – o per amore o per forza)”[2].

Conoscere, interiorizzare cordialmente: di per sé questi due passi dovrebbero tradursi in una terza fase, più operativa. Se davvero mi sono innamorato dei principi e delle linee portanti della Costituzione, come non avvertire l’esigenza di difenderla (dai nemici rinnovantisi a ogni generazione) e di attuarla effettivamente[3]? Come non tradurre il consenso cognitivo e morale in attività pratica, in iniziativa politica?

Eppure questa concatenazione logica (conoscerecondividereattivarsi) nell’esperienza quotidiana attuale non funziona (o funziona in misura clamorosamente insufficiente). L’impegno – che, a partire dall’Assemblea costituente dopo la Seconda guerra mondiale, in alcuni cittadini di vario orientamento ideologico si è concretizzato in opere di rilevanza pubblica, dentro e fuori le istituzioni statuali – sembra scemare. E non solo nelle generazioni più giovani.

Il cancro che snatura il ‘consenso’ democratico

Perché si registra questo disincanto/disimpegno? Perché, anche là dove (improbabilmente) la Costituzione repubblicana viene conosciuta, e perfino ammirata, si stenta a tradurla in azioni politiche? Tra le molte concause ne va evidenziata una trascurata nel dibattito pubblico: la crisi di un certo modo d’intendere l’etica. Ma con ciò entriamo nel ‘cuore’ da cui si dipartono le scelte di ogni persona: la sfera intima, “ ‘invisibile’, almeno in grande misura, alla prospettiva delle scienze sociali”[4].     

Per investire tempo, energie, risorse anche economiche (sia pure in termini di rinunzia ad attività più remunerative) in progetti politici collettivi occorrono adeguate motivazioni interiori. Esse possono scattare quando si è conquistati  da un “ideale” al punto da assumersi in prima persona la responsabilità di trasformare il “reale” per adeguarlo al modello da cui si è stati affascinati. Ma è proprio questa distanza, questa differenza, tra come dovrebbe andare il mondo e come va effettivamente, che stiamo smarrendo (non senza l’influsso di filosofi prestigiosi [5]).

Infatti nella “coscienza degli individui” si sta consumando “una misteriosa metamorfosi”[6] dagli effetti disastrosi: “l’autodestituzione del soggetto morale in noi”[7].  Uno dei modi per descrivere questa abdicazione al proprio diritto/dovere di esprimere “giudizi di valore”[8], questa “cecità al disvalore[9], potrebbe essere “conversione alla realtà[10]: “la nostra coscienza di ciò che è ‘normale’ tende ad appiattirsi totalmente su ciò che è reale, effettivo e vincente”[11]. In parole semplici: si rinunzia alla responsabilità personale di affermare ciò che è bene e ciò che è male e si adotta come ‘norma’ (regola, criterio di giudizio) ciò che è statisticamente più diffuso. La serie delle esemplificazioni potrebbe essere davvero lunghissima:

 “Alla parola ‘normalità’, nel suo uso corrente, non è rimasta più neppure una traccia di quello fra i suoi significati che discendeva direttamente dalla parola ‘norma’. Normale è ciò che si fa, in particolare contro le norme. Normali sono gli abusi e i soprusi, i condoni e i perdoni, gli annunci e le smentite, far promesse e non mantenerle, trafficare con le mafie e governare, la illimitata corruzione e l’infinita impunità, evadere o eludere le tasse e potersene vantare, esaltare la concorrenza e truccare le gare d’appalto, lodare la meritocrazia e promuovere soltanto parenti o propri allievi, proclamare la pari importanza di ciascun militante ed espellere i dissidenti, sedere in un Parlamento   illegittimamente eletto (secondo una Corte costituzionale) e riformare la Costituzione, prendere voti con un programma e governare con quello opposto, esaltare la bellezza nel marketing turistico e distruggerla a furia di incuria e cemento…”[12]

A questo “conformismo” dei soggetti, schiacciato sull’esistente,  corrisponde “la perdita di giustizia negli ordinamenti e nelle relazioni abituali della vita associata: il male pubblico[13]. Infatti fare politica (a qualsiasi titolo, con qualsiasi ruolo, sia pure di semplice cittadino elettore) significa dissentire da qualche modello e consentire con qualche altro: ma se avanzo a tentoni, privo di qualsiasi “idealità” a cui confrontare “la realtà”, in base a quale parametro nego o concedo il mio consenso a chi esercita il potere di legiferare, amministrare e sanzionare le illegalità? Se sono convinto che “va bene tutto”, dal momento che tutto si equivale, che valore ha ancora il mio “consenso”? Radice della perversione della democrazia politica è dunque la rinunzia a qualsiasi griglia valutativa etica, suo effetto rivelatore la vanificazione del “consenso”.

In questa constatazione, se veritiera, c’è qualcosa di paradossale. Nei regimi dittatoriali il consenso è falsato dal divieto ‘esterno’ di confrontarlo con il dissenso; nei regimi democratici il consenso si vanifica per autocensura. Scetticismo teorico e nichilismo etico, dal momento che cancellano ogni ipotesi alternativa al mondo così com’è, inchiodano allo status quo e sradicano le ragioni tanto della protesta quanto della contro-proposta. Davvero nessun carcere è così efficiente come quando siamo noi stessi a costruirci, senza neppure accorgercene, le mura che c’imprigionano.

Augusto Cavadi

 «Viottoli», anno XXVIII, n. 2/2025



[1] Qualche volta – con risultati non sempre esaltanti – ci sono personaggi pubblici come Roberto Benigni che provano e ripresentare la Costituzione italiana con convinzione e passione analoghe a predecessori come Pietro Calamandrei (del quale è il celebre Discorso sulla Costituzione a Milano il 26 gennaio 1955, riprodotto anche su www.memoteca.it); ma si tratta di personaggi troppo poco numerosi.

[2] R. De Monticelli, Al di qua del bene e del male. Per una teoria dei valori, Einaudi, Torino 2015, p. 6.

[3] Con questi intenti opera da alcuni anni a Palermo, su proposta di Claudio Riolo, presso la “Casa dell’equità e della bellezza”, un piccolo “Laboratorio per la difesa e l’attuazione della Costituzione” (LabDAC) collegato con organismi animati dagli stessi intenti sia a livello locale che nazionale (ad esempio con la CGIL promotrice de “La Via Maestra”).

[4] R. De Monticelli, Al di qua, cit., p.6.

[5] A conferma della verità (tanto ovvia quanto ignorata) che la filosofia o la si fa o la si subisce.

[6] R. De Monticelli, Al di qua, cit., p.3.

[7] R. De Monticelli, Al di qua, cit., p. 4. L’autrice così continua: “quella che prelude alle involuzioni di civiltà, qualunque sia la loro forma: apocalittica, tragica, come fu la prima metà del Novecento europeo, o una felpata distruzione di senso e di bene ancora compatibile con l’ornato del nulla (…). E non sappiamo a quale delle due situazioni la nostra attuale somigli di più  (Ivi, pp. 4 – 5). A dieci anni dalla pubblicazione di quel testo purtroppo, ormai, “sappiamo a quale delle due situazioni la nostra attuale somigli”.

[8] R. De Monticelli, Al di qua, cit., p. X.

[9] R. De Monticelli, Al di qua, cit., p. 8.

[10] Ivi.

[11] R. De Monticelli, Al di qua, cit., p. XI.

[12] R. De Monticelli, Al di qua, cit., p.17. La filosofa italiana così prosegue: “E si potrebbe continuare a lungo con ciò che non dovrebbe essere ma è: la sproporzione sempre crescente nella distribuzione di ricchezze, benessere e speranza, l’angustia del futuro riservato ai più giovani, o la nostra incapacità di offrire loro ideali e paradigmi di valore e di senso” (Ivi).

[13] R. De Monticelli, Al di qua, cit., p.13.

venerdì 30 gennaio 2026

LA FILOSOFIA OGGI ALL'INCROCIO DI MATEMATICA, MEDICINA, NEUROSCIENZE, SPIRITUALITA' LAICA...

 

La filosofia oggi tra antiche teoresi e nuove declinazionI

A cura di R. Loredana Cardullo e Alessandra Tigano,

Diogene Multimedia, bologna 2025

Il prezzo originale era: 24,00 €Il prezzo attuale è: 20,00 €.

Questo libro nasce dal desiderio di riconoscere e valorizzare la pluralità delle pratiche filosofiche che oggi animano il panorama culturale, accademico e sociale a livello internazionale.

Una spinta decisiva è venuta dal grande successo che la sezione Philosophical Practices and Counseling ha riscosso durante il World Congress of Philosophy, svoltosi a Roma nell’agosto del 2024.

Il presente volume raccoglie 27 saggi, dedicati a un ampio ventaglio di pratiche filosofiche. Ciò che unisce i contributi qui raccolti non è un metodo, ma una stessa concezione della filosofia: un esercizio di attenzione e responsabilità verso sé stessi, gli altri e il mondo.

Il titolo La filosofia oggi, tra antiche teoresi e nuove declinazioni vuole, infatti, enfatizzare la trasversalità dei diversi ambiti di applicazione delle filosofie pratiche: la filosofia della cura, la medicina, l’etica, gli studi di genere, la matematica, la musica, le neuroscienze, l’intelligenza artificiale, la pedagogia e la didattica delle discipline, l’autobiografia e la narrazione di sé.

 

Indice

Premessa delle curatrici p.   7

1. Dipendenze patologiche da sostanze stupefacenti: le sfide etiche e filosofiche, Maddalena Bisollo p.   9

2. Pensiero della differenza e filosofia pratica. Femminismo e pratiche filosofiche, Giovanna Borrello e Luisa De Paula p.   25

3. L’autobiografia e la narrazione di sé come esercizio spirituale e pratica filosofica nell’antichità. I Pensieri di Marco Aurelio, R. Loredana Cardullo p.   39

4. Le nove dimensioni di una passeggiata filosofica, Augusto Cavadi p.   49

5. Esperienze di pratica filosofica nella scuola e ricerca della propria interiorità, Margherita Conteduca p.   59

6. Pratica filosofica di comunità e dialogo polifonico, Antonio Cosentino p.   65

7. Il Café Philo e la filosofia come stile di vita, Rita Felerico p.   77

8. Counseling filosofico e atmosfere, Fulvia Galli della Loggia p.   83

9. Do We Need a Concept of Philosophical Health?, Ora Gruengard p.   97

10. Tarocchi filosofici, Berardo Impegno p. 107

11. “Fai come Pitagora”: filosofare con la matematica nella scuola primaria, Caterina Italia p. 115

12. La questione epistemologica nelle pratiche filosofiche e nella consulenza filosofica: un contributo dall’approccio neo-esistenziale, Federico Levy p. 123

13. Il pensiero della differenza sessuale come prassi nel counseling filosofico, Teresa Lucente p. 145

14. Il counseling filosofico interroga le relazioni industriali: I.A. e gli irrequieti, Alessandra Macci p. 155

15. Biosophia, la voce della Terra, Domenico Massaro p. 155

16. La pratica della ludosofia nella consulenza filosofica, Arcangela Miceli p. 175

17. From concern to concept: How Philosophical Practitioners work with end-of-life-topics, Stefanie V. Rieger p. 183

18. Consulenza filosofica e violenza di genere. Una prospettiva concreta, Laura Ruocco p. 191

19. La filosofia può curare? La consulenza filosofica tra cura e terapia, Nunziatina Sanfilippo p. 199

20. Dalla sopravvenienza psicofisica di J. Kim al meccanismo specchio. Verso una naturalizzazione della mente, Nicola Simonetti p. 209

21. Corporal actions, a reformulation of philosophical practice, David Sumiacher D’Angelo p. 215

22. Pitagora “tutto intero”. La pratica filosofica di comunità al Liceo Matematico, Alessandra Tigano p. 229

23. Filosofia e matematica in dialogo. Ordine e disordine, Daniela Ferrarello p. 249

24. Il Menone: un ponte tra matematica e filosofia, Salvatore D’Asero p. 263

25. La filosofia entra in azienda. Pratiche di pensiero per trasformare il lavoro, Iliana Totaro p. 271

26. Il tempo del dialogo: continuità e trasformazioni della filosofia come pratica comunitaria, Alessandro Volpone p. 287

27. Cura della parola. La funzione terapeutica del counseling filosofico, Elisabetta Zamarchi p. 299

Gli autori p. 305

Nota redazionale p. 313

* Libro disponibile in tutte le librerie fisiche e on line, anche direttamente qui:

La filosofia oggi tra antiche teoresi e nuove declinazioni – Diogene Multimedia

mercoledì 28 gennaio 2026

IL DIO DELLA BIBBIA E’ VIOLENTO? LE RIFLESSIONI DI GIUSEPPE BARBAGLIO 35 ANNI DOPO

 La secolarizzazione – processo che secondo alcuni sociologi sarebbe contrastato da tendenze alla risacralizzazione – è, in ogni caso, fenomeno esclusivamente occidentale. Anche se con stupore preoccupato non possiamo negare il nesso esplicito, proclamato, fra fondamentalismo islamico e strategie terroristiche; fondamentalismo ebraico e guerre genocidiarie; fondamentalismo cristiano e politiche imperialiste (da parte degli Stati Uniti d’America non meno che della Russia). Anche tradizioni religiose estranee al monoteismo biblico-coranico, quali induismo e buddhismo, continuano a fornire apparati simbolici e legittimazioni ideologiche a eserciti e gruppi di guerriglieri in azione nella sfera orientale del Globo.

Di che natura è questo nesso? Non mi convince la tesi che davvero continuiamo a uccidere perché animati dalla profonda convinzione di essere detentori della Verità assoluta, ma neppure la tesi opposta che le uniche ragioni di conflitto siano economiche e che il ricorso alle motivazioni teologiche sia esclusivamente strumentale, di facciata. Propenderei per sostenere un intreccio dialettico fra motivazioni ideali e interessi materiali che, co-implicandosi, finiscono col costituire un circolo vizioso – anzi, infernale – in cui fattori religionari e fattori economici giocano vicendevolmente il ruolo di causa e di effetto.

 

Il saggio di Barbaglio

Ci sono testi che possono aiutarci a sondare più a fondo alcuni segmenti di questi processi attuali preoccupanti come il volume Dio violento? Lettura delle Scritture ebraiche e cristiane di Giuseppe Barbaglio edito, nel lontano 1991, dalla Cittadella Editrice di Assisi. Il titolo focalizza la tematica più imbarazzante e inquietante della trattazione: che non è in generale la violenza antropologica, storica, registrata nella Bibbia, ma, in particolare, la violenza teologica nel senso della violenza attribuita dalla Bibbia a Dio stesso. Infatti: se gli esseri umani si manifestassero violenti a differenza del Dio che adorano, anzi in contrasto con Lui/Lei/Esso, già sarebbe impegnativo rispondere alla domanda sul perché Egli/Ella/Esso consenta lo squadernarsi (“sempre e dovunque” secondo Paul Ricoeur) di tale violenza. Ma molto più impegnativa diventa la questione se la Bibbia presenta un Dio che esercita violenza in prima persona; che costituisce quasi un Modello paradigmatico di comportamento per i mortali; che anzi in molte occasioni ordina di praticare violenza e proibisce altrettanto fermamente di astenersene per misericordia.

Barbaglio, evitando la duplice scorciatoia della semplificazione polemica (tipica della cultura “laica” dissacrante) come dell’apologetica avvocatesca (tipica di molti teologi specialisti in salti mortali), affronta con gli strumenti esegetici più aggiornati – almeno trentacinque anni fa! – l’esame del Primo e del Secondo Testamento pervenendo alle seguenti conclusioni.

a)    Il luogo comune di un Dio del “Vecchio” Testamento iroso e vendicativo contrapposto al Dio proposto da Gesù nel “Nuovo”, che invece sarebbe solo buono e misericordioso non è sostenibile: infatti il Dio dell’Antico Testamento non è solo giudice implacabile né il Dio del Nuovo solo salvatore perdonante.

b)    Più precisamente in entrambi i Testamenti (sia pure, come preciserò, in proporzioni differenti) constatiamo la tensione fra due immagini divine: tra «un Dio bifronte, un duplicato del Giano della mitologia romana, il quale dà la vita e la morte, premia e castiga, grazia e condanna», da una parte, e un Dio che «non ripaga il male con il male, al contrario dona la vita parimenti al buono e al malvagio, senza discriminazione alcuna» (p. 21).

c)    Mentre nell’AT la concezione del Dio bifronte prevale nettamente sulla concezione del Dio unifronte, nel NT è invece la concezione del Dio unifronte a prevalere sulla concezione del Dio bifronte (concezione che persiste come residuo inestirpabile di una proiezione antropologica ancestrale).

d)    Là dove prevale il Dio-Amore sul Dio-Salvezza/Giustizia, dunque il Dio “imparziale” (nel senso che non ama il “giusto” più del “peccatore”  né tanto meno odia quest’ultimo) sul Dio “partigiano” (disposto a mostrare i muscoli pur di difendere fattivamente i crocifissi della storia e, in particolare, del suo Figlio-messia prediletto), emergono «interrogativi non meno gravi di quelli che ha spento sul nascere: perché non ha mosso un dito a favore del giusto, assistendo inerte al trionfo degli iniqui? […] È un dato di fatto che ammette due possibili spiegazioni: […] o perché non ha voluto o perché non ha potuto. […] È la stessa impotenza divina manifestata, a livello di popolo, ad Auschwitz». Secondo Barbaglio l’unica soluzione è abbandonare il «preconcetto» secondo cui «se esiste, Dio non può che essere onnipotente; ogni debolezza o, peggio, impotenza nella storia contraddice il suo essere» (ib.). In questo il teologo italiano segue la scia del filosofo tedesco Hans Jonas (autore del piccolo, ma dirompente, volumetto Il concetto di Dio dopo Auschwitz. Una voce ebraica, il Melangolo, Genova 1990) secondo cui solo ammettendo un Dio che “ritrae” la sua potenza può essere ancora adorato come “benevolo”. E prosegue la riflessione di Jonas in tre direzioni:

1. «l’impotenza di Dio nei confronti […] di tutti i crocifissi della storia […] si spiega per l’assenza in lui di ogni violenza. […] In breve, Dio non è onnipotente nella storia perché non-violento, disarmato, asimmetrico e antimimetico» (p. 253);

2. «sarebbe errato scambiare la debolezza e impotenza divina dimostrata sul Golgota e ad Auschwitz per assenza o indifferenza» (p. 253). «Gesù e il suo Dio» sono «giunti al Golgota per essersi presi cura amorevolmente degli uomini. […] Per donare la vita agli altri non hanno esitato di fronte all’espulsione violenta decretata loro dai violenti» (p. 254);

3. «Ma tale onerosa solidarietà del Dio di Gesù con gli uomini non finisce per essere pura passività, sterile compagnia ai crocifissi che salgono il Golgota? L’amorevole solidarietà divina non-violenta non è spoglia di efficacia? In nome della non-violenza e impotenza divina non si giunge ad annullare le speranze di giustizia che vanno oltre i crocifissi? […] È un interrogativo a cui la fede dei primi testimoni del crocifisso ha dato una netta risposta: quel Dio che non ha potuto risparmiare al figlio amatissimo la croce, lo ha però risuscitato. […] Non si è trattato di un processo miracoloso di vivificazione del cadavere, bensì di un gesto creativo di vita nuova; più esattamente Dio ha fatto del crocifisso il primo cittadino di un mondo nuovo, anzi il centro aggregante di un’umanità nuova. […] Il legame tra giustizia per gli oppressi e annientamento degli oppressori, affermato nelle mille invocazioni di “vendetta” della bibbia ebraica e di quella cristiana, è ormai sciolto, nel senso che l’una fa a meno dell’altro. Dio rende giustizia al crocifisso senza colpire i crocifissori. La sua azione “vendicatrice” consiste soltanto nel dare vita nuova al perseguitato senza infliggere la morte ai persecutori» (pp. 255 – 257).

 

Qualche considerazione a margine

          Non rischierei l’eccesso retorico se affermassi che ogni pagina di questo testo suscita domande, dubbi, obiezioni, collegamenti, desiderio di approfondimento. Mi limito a poche schematiche osservazioni.

Molti teologi stigmatizzano le religioni fai-da-te che pullulano sul pianeta, soprattutto da quando molte barriere culturali/linguistiche sono cadute ed è oltremodo facile venire a conoscere tradizioni sapienziali diverse dalla propria e accoglierne idee, simboli e pratiche. A tante interpretazioni “private”, “individuali”, essi oppongono la “oggettività”, quasi monolitica, dell’autorivelazione di Dio attestata dalla Bibbia. Ma studi esegetici onesti, come questo di Barbaglio, dimostrano con chiarezza che – proprio su aspetti fondamentali dell’identità divina – all’interno della Bibbia troviamo differenze non armonizzabili se non a costo di tagli e di forzature: questa Biblioteca costituisce il primo modello di teologia fai-da-te, eclettica, tendenzialmente ma fallimentarmente sincretica. Essa infatti è pervasa, da Genesi ad Apocalisse, dal l“bifrontismo” cioè dalla inscindibile coesistenza di fascinans e di tremendum (R. Otto) e le «voci innovative che nel popolo d’Israele e nella storia di Gesù e del suo movimento hanno testimoniato e vissuto […] un’immagine alternativa di Dio donatore, soltanto e a tutti, di vita e di salvezza» lo hanno potuto fare «non senza incoerenze e contraddizioni» (p. 284).

Questa pluralità di visioni teologiche è espressione di un dato difficile da accettare ma evidente: anche la Bibbia,  come ogni altro libro più o meno “sacro” dell’umanità, non è mai un dono piovuto dal cielo e atterrato senza perdere la sua originaria purezza adamantina, ma è il frutto di una ricerca umana condizionata da ciò che gli autori e le autrici erano/sono/saranno dal punto di vista psicologico, sociologico, economico, politico, pedagogico, culturale…Quanto Barbaglio scrive a proposito del tema specifico della sua monografia va esteso a ogni altro segmento delle teologie possibili: ««Dobbiamo liberarci dal meccanismo proiettivo della psiche umana che si costruisce un Dio a propria immagine e somiglianza, capace di amore costruttivo ma anche di violenza distruttiva, e annientare in noi il bisogno etico-sociale di un garante supremo del bene e del male, di un giudice divino che retribuisce imparzialmente il buono e il cattivo secondo la loro condotta» (p. 222). Ma – viene spontaneo obiettare a Barbaglio stesso – è possibile “annientare” questo “bisogno etico-sociale”? E se lo fosse, non sarebbe in nome di qualche altro bisogno etico o prima ancora psichico di una figura Paterna/Materna che ci liberi dalla paura della punizione, del fallimento, con la prospettiva di un perdono illimitato e incondizionato? Credo che da Feuerbach non si evada facilmente: ogni teologia rispecchia un’antropologia. Da questa verità si possono ricavare varie conclusioni (alternative): l’ateismo (Dio non c’è), l’agnosticismo (Dio forse c’è, forse non c’è), l’apofatismo (Dio c’è ma è l’Inconoscibile), il panteismo (Dio c’è e coincide con l’universo)... Se fossimo solo grovigli di sentimenti, emozioni, desideri, timori…non avremmo motivo neppure di confrontare le varie conclusioni principali: ognuno/a opterebbe per una delle prospettive sulla base di motivazioni soggettive insindacabili (e ciò anche nell’ipotesi che si optasse per l’ateismo). Se per caso fossimo anche capacità razionale, intuitiva e argomentativa, potremmo invece dialogare, ma senza la pretesa di identificare in maniera assoluta e irreversibile, la nostra “certezza” (individuale) con la “verità” (ontologica). Aggiungerei che è in questo campo di confronto, sulla base di ciò che le scienze empiriche vanno appurando e che la correttezza logica ci suggerisce, che si inscrive l’attuale movimento post-teistico: un movimento accomunato da ciò che ritiene necessario lasciarsi alle spalle (la visione biblica di Dio in quanto antropomorfica) più che da ciò che intravede in futuro.

 Augusto Cavadi

“Adista/Segni nuovi” / 31 gennaio 2026