mercoledì 5 agosto 2026

AMBROGIO BONGIOVANNI E SERGIO TANZARELLA: OBIEZIONI A VITO MANCUSO

È labile il confine tra il cosiddetto realismo e la rassegnazione. Vito Mancuso nel suo articolo dal titolo Perché serve la forza per salvare la pace (La Stampa, 22 luglio 2026, pagine 1-2) mostra di averlo oltrepassato con noncuranza.

Nel leggerlo appare evidente che la “forza” a cui si riferisce non è altro che la guerra. Così egli prende atto dello stato di guerra permanente e immagina che papa Leone gli contrapponga una vana e innocua utopia, una pace genericamente invocata ma concretamente impossibile.

Dunque, si fa un implicito invito alla rassegnazione in nome di un realismo che si limita a prendere atto della immodificabilità della realtà. Una proposta tranquillizzante e suadente tanto più apparentemente credibile perché accompagnata da una professione personale di rifiuto delle armi.

Immaginiamo che i benpensanti ne vengano fuori ristorati: “anche un teologo pubblico ci conferma ciò che credevamo: la guerra è brutta ma dobbiamo prepararci ad essa per difenderci”.

A noi appare, invece, una riproposizione ben mascherata dell’antico adagio “se vuoi la pace prepara la guerra”. E il papa? Vi è molta accondiscendenza per lui, parli pure di pace perché sappiamo che è il suo mestiere, ma alla fine sembra che le sue parole non abbiano alcuna attinenza con la realtà, perché si fondano su un concetto non sostenibile e veicolano una tesi poco convincente.

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A noi sembra che tale giudizio meriti una risposta poiché la storia non è immodificabile e che il compito della Chiesa, del papa e dei cristiani – come sosteneva il cardinale Lercaro – è la profezia, non la rassegnazione, o il chinare la testa dinnanzi a ogni potere come dominio assoluto della violenza.

Così il realismo della forza si presta facilmente a riproporre una sacralizzazione della guerra di cui alcuni hanno nostalgia. Fermandoci soltanto agli ultimi due pontefici una certa pretesa di ritorno al passato è stata da loro smentita con una quantità di scritti e azioni che non lasciano dubbi.

Il magistero pontificio è oggi avanti secoli rispetto al comune sentire di alcuni gruppi cattolici, e al pensiero di alcuni teologi fermi ancora alla teoria della guerra giusta elaborata quando ancora non vi era nemmeno la polvere da sparo – figurarsi la guerra nucleare, chimica e batteriologica!

Ma, apparentemente tramontata, la teoria della guerra giusta si camuffa con nuovi aggettivi e, dopo essere passata a guerra chirurgica, umanitaria e poi preventiva, adesso si qualifica come difensiva. È il nuovo mantra per giustificare la guerra.

Ridurre la pace disarmata e disarmante a uno slogan mostra di non voler comprendere come in quelle parole papa Leone qualifichi la pace per quello che deve essere, senza l’equivoco di chi resta erroneamente convinto della illusione che con la guerra si possa ottenere la pace. Alla forza della violenza della guerra papa Leone contrappone la forza evangelica della nonviolenza, è una forza concreta che, nella storia, ha dato già prova di efficacia e di ispirazione abbattendo ogni uso strumentale delle religioni per giustificare le guerre.

Il Documento sulla Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la Convivenza Comune, scritto congiuntamente da papa Francesco e Grande Imam di Al-Azhar Ahmad al-Tayyib nel febbraio del 2019, rappresenta il superamento di una logica aberrante che ha preteso di giustificare e benedire le guerre in nome di Dio. Quel documento segna un punto di non ritorno e per questo è stato volutamente ignorato e presto dimenticato.

Si farebbe un buon servizio di informazione se si riproponessero alcune parole di quel documento:

«Dichiariamo – fermamente – che le religioni non incitano mai alla guerra e non sollecitano sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza o allo spargimento di sangue. Queste sciagure sono frutto della deviazione dagli insegnamenti religiosi, dell’uso politico delle religioni e anche delle interpretazioni di gruppi di uomini di religione che hanno abusato – in alcune fasi della storia – dell’influenza del sentimento religioso sui cuori degli uomini per portali a compiere ciò che non ha nulla a che vedere con la verità della religione, per realizzare fini politici ed economici mondani e miopi.

Per questo noi chiediamo a tutti di cessare di strumentalizzare le religioni per incitare all’odio, alla violenza, all’estremismo e al fanatismo cieco e di smettere di usare il nome di Dio per giustificare atti di omicidio, di esilio, di terrorismo e di oppressione. Lo chiediamo per la nostra fede comune in Dio, che non ha creato gli uomini per essere uccisi o per scontrarsi tra di loro e neppure per essere torturati o umiliati nella loro vita e nella loro esistenza. Infatti Dio, l’Onnipotente, non ha bisogno di essere difeso da nessuno e non vuole che il Suo nome venga usato per terrorizzare la gente».

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A seguire, nel 2020, nella lettera enciclica Fratelli Tutti sulla fraternità e l’amicizia sociale, il papa ribadiva che «la guerra non è un fantasma del passato, ma è diventata una minaccia costante […] la guerra è la negazione di tutti i diritti e una drammatica aggressione all’ambiente». Ma il passaggio sicuramente più significativo è nel paragrafo n. 258 dell’enciclica in cui, riprendendo il Catechismo della Chiesa Cattolica, si abbandona definitivamente la teoria della guerra giusta, proprio a causa della sua ambiguità di fondo:

«Non possiamo più pensare alla guerra come soluzione, dato che i rischi probabilmente saranno sempre superiori all’ipotetica utilità che le si attribuisce. Davanti a tale realtà, oggi è molto difficile sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile “guerra giusta”. Mai più la guerra!».

Non si può ignorare l’impegno attivo di istituzioni accademiche, movimenti, organizzazioni nazionali e internazionali, di prospettive interreligiose sull’approccio non-violento, che elaborano e prospettano soluzioni diverse ai conflitti e che puntano a smascherare come essi siano alimentati dagli interessi e dagli egoismi di pochi.

Così, nel momento in cui Dio non è più arruolabile alla causa della guerra, liberata da tutti gli aggettivi volutamente ingannevoli, allora è realistico giudicare la guerra per quello che è: distruzione, omicidio, mutilazioni, odio e ipoteca per il futuro.

Di fronte a ciò la rassegnazione non è più concepibile. Luigi Sturzo, quasi un secolo fa, nel suo La comunità internazionale e il diritto di guerra lo aveva affermato con lungimirante chiarezza. Nel passato certi istituti giuridici apparivano immodificabili: la tortura, la pena di morte, la schiavitù e sono poi miseramente crollati e nessuno oggi li riproporrebbe (anche se non mancano deplorevoli sopravvivenze). Così sarà anche per la guerra, essa potrà scomparire perché la realtà può essere trasformata. Ed aggiungeva:

«Per arrivare alla completa eliminazione della guerra occorrerebbe un altro passo audace: che un gruppo di stati, i più coraggiosi e i più civili, fossero disposti a rinunziare a tutte le guerre, a qualunque guerra, senza eccezioni o riserve e, contemporaneamente, dichiarassero di volere essere riconosciuti come stati disarmati e neutralizzati, quali ne fossero gli eventi internazionali».

Sono parole scritte da un perseguitato e da un esule in ore buie tra le due guerre mondiali, tanto più esse infondono in noi, in un tempo non meno buio, speranza e non rassegnazione.

Qui il link all'articolo originario:

https://www.settimananews.it/chiesa/la-forza-e-la-guerra-contro-mancuso/

* Per favore, un gesto concreto e potenzialmente efficace: leggete e firmate la proposta di legge per una Difesa civile disarmata e nonviolenta al link governativo:

https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6100008


lunedì 3 agosto 2026

IL FUTURO DEL MONDO SECONDO BERTRAND RUSSELL, UNO DEI GENI DELL'UMANITA'

In esergo al suo Fine della politica? (Il Mulino, Bologna 2002, ed. o. 2000), Andrew Gamble pone anche un brano di una delle persone più geniali che abbia avuto sinora l'umanità: Bertrand Russell. A me, scoraggiato per la discrepanza fra le energie che molti/e abbiamo investito per migliorare il mondo e i risultati registrabili oggi, le parole di Russell sono risuonate terapeutiche. Spero che possano far riflettere anche le persone che sono inchiodate dal conformismo del "si è sempre fatto così" o dal cattivismo * cinico di chi, ben assestato su posizioni socio-economiche confortevoli, scambia per realismo la tendenza a vedere sempre solo la metà orrenda della realtà.

"Pochi sembrano rendersi conto di come tanti dei mali di cui soffriamo non siano assolutamente necessari e possano essere eliminati in pochi anni attraverso uno sforzo unitario. Se in ogni paese civile la maggioranza lo volesse, nell'arco di vent'anni potremmo sradicare la povertà più degradante, metà delle malattie del mondo, la schiavitù economica che oggi affligge nove decimi della popolazione; potremmo riempire il mondo di bellezza e di gioia, e far sì che regni la pace universale. E' solo per l'indifferenza degli uomini che ciò non si realizza, solo per la pigrizia dell'immaginazione, solo perché si guarda a ciò che è sempre stato come se dovesse essere per sempre. Con la buona volontà, la generosità e l'intelligenza potremmo realizzare tutto questo"(B. Russell).  

* Da qualche tempo ho coniato questo termine per esprimere l'atteggiamento, speculare rispetto al "buonismo", di chi coltiva dentro di sé la diffidenza, l'astio, il disprezzo per chiunque manifesti tendenze minimamente costruttive.


sabato 1 agosto 2026

ENRICO PEYRETTI: PENSARE E VOLERE LA LIBERAZIONE DA OGNI GUERRA

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NONVIOLENZA O BARBARIE
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Numero 107 del primo agosto 2026
Nuova serie de "La nonviolenza e' in cammino" a cura del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo (anno XXVII)
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, e-mail: centropacevt@gmail.comcrpviterbo@yahoo.it

Sommario di questo numero:
1. Poiche' ogni essere umano
2. Enrico Peyretti: Orientarci alla pace
(...)

1. EDITORIALE. POICHE' OGNI ESSERE UMANO

Poiche' ogni essere umano e' un valore infinito, uccidere un essere umano e' il crimine piu' abominevole.
La guerra consiste nell'esecuzione a livello di massa di questo crimine abominevole.
Abolire la guerra e' condizione essenziale per affermare la dignita' umana, il diritto di ogni essere umano alla vita, la civile convivenza, il bene comune dell'umanita' intera.
*
Pace, disarmo, smilitarizzazione.
Soccorrere, accogliere, assistere ogni persona bisognosa di aiuto.
Salvare le vite e' il primo dovere.
*
La nonviolenza e' in cammino.
La nonviolenza e' il cammino.
Nonviolenza o barbarie.

2. RIFLESSIONE. ENRICO PEYRETTI. ORIENTARCI ALLA PACE
[Ringraziamo di cuore Enrico Peyretti, uno dei maestri della cultura della pace, per questo intervento]

Orientarci alla pace. Appunti semplici da elaborare per pensare e volere la liberazione dalla guerra
- Cerchiamo la pace per vivere, senza minacce e paure, il meglio della vita.
- Sappiamo che non e' sempre facile. Ci sono, negli umani come noi, istinti di sopraffazione e violenza, insieme al desiderio di felicita' e benessere.
- Riconosco, con volonta' di bene e costruttivita' di vita, che ogni altro umano e' uguale e diverso da me: uguale in dignita', diritto, bisogni; diverso in carattere, scelte, mentalita'.
- Riconosco che, per vivere senza farci paura e tristezza, possiamo pensare le nostre diversita' come tali da non spezzare l'uguaglianza fondamentale di valore e di dignita' tra tutti gli umani.
- Tutte le culture e civilta' umane, formatesi nei millenni, riconoscono la famosa e universale cosiddetta "regola d'oro", che afferma (in varie simili formulazioni): "non fare agli altri quel che non vorresti fosse fatto a te; fai agli altri quel che desideri per te".
(Ho raccolto, nelle sapienze e nelle religioni umane le piu' varie, 38 formulazioni analoghe delle "Regola d'oro", pubblicate in Servitium, Quaderni di ricerca spirituale, (s.egidio@servitium.it), n.152, marzo/aprile 2004, fascicolo Riconoscimento e disprezzo, pp. 103-108. Testo poi aggiornato al 25 novembre 2022).
- Quindi l’umanita' conosce per esperienza come possiamo vivere collaborando a vivere, non abbandonandoci, non danneggiandoci. Conoscere non e' ancora fare. Per vivere bene e reciprocamente bisogna ri-flettere (tornare nel proprio intimo per pensare e decidere la vita buona con gli altri), educarci insieme a cio', creare ambienti vitali impostati sulla con-vivenza. E' lavoro fondativo da difendere e consolidare. E' civilta' (le tante civilta' umane) che significa essere cives, con-cittadini, capaci di abitare insieme la civitas, la citta' umana, la polis, essendo noi molti e differenti, ognuno unico, ma insieme, gli uni per gli altri. Cosi' la vita puo' essere giusta e pacifica.
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- Nelle discussioni attuali su guerra e pace, vediamo alcune convinzioni che ci orientano:
- la guerra aggressiva e' fallimento umano: offesa e violenza sono perdita, in se' e negli altri, della propria umanita', comune a tutti gli umani; sono offesa non solo alle vittime, ma a tutta l'umanita';
- la guerra difensiva esercita il diritto-dovere di difesa, ma e' sbagliata perche' imita, riproduce e conferma i mezzi omicidi dell'aggressione armata;
- il pacifismo e' desiderio di pace, ma risulta un debole auspicio valido, ma non abbastanza operativo: la nonviolenza e' piu' attiva;
- la nonviolenza, concepita e praticata anche nell'antichita' da alcuni profeti anticipatori, non e' solo astensione dalla violenza, come sembra dire la parola nelle lingue occidentali;
- la nonviolenza, nel pensiero e nell'azione di Gandhi, il maggiore maestro moderno, promotore di una cultura ed esperienza attiva, e' chiamata satyagraha, "forza della verita'";
- la forte verita' della vita umana e' non offendere la vita, non dominare, non uccidere;
- e' piu' degna, piu' forte, e piu' vera, la vita che ha la forza di soffrire l'offesa e la violenza, senza restituirle, mentre non e' vita vera e forte quella che restituisce, raddoppia e conferma la violenza;
- la "pazienza" (saper patire, la forza di soffrire la violenza su di se', nelle piccole come nelle grandi cose), e' la forza umana, che tutela la dignita' dell'offeso, e puo' anche risvegliare nel violento offensore il senso di umanita' preziosa e inviolabile, che e' in lui stesso in quanto umano;
- Gandhi dice (e conferma nella sua vita) che vede buone ragioni per morire per la verita' e giustizia, ma non vede alcuna ragione per uccidere;
- Gandhi ammette che la vilta' e' peggiore della violenza, quindi possono verificarsi situazioni estreme (casi singoli e non sistemi) in cui davvero l'unico modo senza alternative per difendere un vivente da un violento e' uccidere il violento. Ma casi cosi' estremi confermano la violenza come male, e la nonviolenza come regola della vita;
- la doppia negazione "non-violenza" e' affermazione positiva della inviolabilita' della vita;
- alla violenza la nonviolenza si oppone con la forza della resistenza (re-sistere e' "stare" senza cedere, senza riconoscere ragioni al violento, senza obbedire o collaborare in alcun modo, senza sottomettersi);
- il singolo puo' testimoniare la verita' della vita anche da solo, ma la consapevolezza della nonviolenza-come-verita' costruisce la cultura, l'organizzazione, i metodi e i mezzi dell'azione nonviolenta partecipata da molti;
- la storia umana registra fino ad oggi (a quanto vediamo) piu' guerre che lotte nonviolente di resistenza e di liberazione, ma cio' e' dovuto anche al fatto che l'attenzione dell'informazione e della storiografia e' ancora troppo concentrata sul clamore e il dolore della guerra piu' che sulla tranquilla forte paziente costruttivita' della vita: l'esercito dolce delle madri di tutti i tempi del mondo e' vittoria della vita sulla morte;
- i conflitti non sono guerre: sono differenze e tensioni tra diverse ricerche di vita, che l'intelligenza, la comunicazione, la mediazione umana puo' risolvere in modo vitale mediamente vantaggioso per ognuna delle parti, mentre la guerra non e' mai vantaggio stabile per la parte che la vince, generando volonta' di rivincita;
- cominciano a trovarsi negli studi e nella cultura documentazioni di esperienze, pratiche, metodi, con cui i popoli, in forme piu' o meno grandi, si sono opposti alla violenza senza riprodurre violenza, e ottenendo risultati di liberazione, giustizia, maggiore umanita'. Di cio' si trova documentazione se si cerca nel lavoro della cultura nonviolenta (che sta guadagnando spazio anche negli studi universitari attenti e seri).
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- Il fatto che la guerra ci spaventa, ci offende, ci addolora, ci toglie la vita, dimostra che e' necessario arrivare ad abolirla nel concetto e nella pratica della politica: le armi e gli eserciti non evitano ma provocano alla guerra;
- il dolore incombente e frequente delle guerre genera scetticismo profondo sulla possibilita' di eliminarle. Ma noi viviamo ogni istante perche' speriamo nel successivo, e, nel profondo, sappiamo che la nostra umanita' puo' evolvere in meglio. Altrimenti rinunciamo alla vita. Siamo scesi dagli alberi, ci siamo fatti bipedi, abbiamo camminato su tutta la terra e navigato sui mari, costruito case e curato malattie, siamo volati fin sulla luna. Se sappiamo, pensiamo e vogliamo, possiamo eliminare la guerra, sempre nemica della vita.

giovedì 30 luglio 2026

LEGALIZZARE LA “GRAVIDANZA PER ALTRI” ?

 Legalizzare o no la GPA (acronimo di Gravidanza Per Altri)? La questione non è semplice. Infatti il diritto può regolare i comportamenti oggettivi (vietare di passare in auto col rosso o imporre la restituzione di un oggetto al legittimo proprietario), ma essi sono intrinsecamente polivalenti: infatti dipendono dal chi, dal come, dal quando, dal dove e soprattutto dal perché. Se sto accompagnando un bambino ferito gravemente al pronto soccorso alle due di notte e, a un incrocio, constato che non c’è nessuna auto all’orizzonte, posso essere sanzionato perché attraverso col rosso? Se un amico due anni fa mi ha prestato una pistola da tiro a segno e oggi me la richiede, se so che sta attraversando una grave crisi depressiva con tendenze suicidarie, posso essere trascinato in tribunale perché mi rifiuto di restituirgliela?

Non è un caso che il terzo potere costituzionale si chiami propriamente giurisdizionale, non giudiziario: il magistrato deve “dire” lo “ius”, cioè interpretarlo, non limitarsi ad applicarlo meccanicamente.

A sua volta il magistrato si basa sull’etica socialmente condivisa, sui criteri di bene e di male di una società in una determinata fase storica: e, francamente, è questa dimensione fondante, pre-legale, che a me interessa maggiormente. Sappiamo  infatti  che, prima o poi, è l’etico (il costume, il senso comune) a condizionare il giuridico (la normativa che prevede sanzioni).

Oggi l’etica prevalente è caratterizzata da due principi che non mi convincono: l’onnipotenza tecnologica (tutto ciò che è tecnicamente possibile è anche moralmente ammissibile) e l’imperialismo del desiderio (tutto ciò che appaga un mio desiderio, a qualsiasi prezzo, è anche moralmente ammissibile).

E’ logico che chiunque condivida questi due princìpi ritenga lecita la GPA “senza se e senza ma” (presumibilmente con la sola garanzia che la madre biologica non sia fisicamente costretta alla gravidanza).

E chi non li condivide, perché ritiene che la tecnica debba rispettare dei limiti e che il desiderio soggettivo debba accettare il vaglio della razionalità, deve dunque essere necessariamente contrario alla legalizzazione della GPA?

Personalmente ritengo che una qualche forma di regolamentazione normativa sia preferibile al Far West sommerso: penso a un plesso di norme che prevedano la liceità della GPA, ma  esclusivamente nei casi in cui l’accordo fra genitore legale e madre naturale non abbia carattere commerciale  (per esempio fra persone amiche o legate da vincoli di parentela).

So bene l’obiezione: fatta la legge, trovato l’inganno. Ma se c’è la legge, il trasgressore può essere (per quanto improbabilmente) sanzionato (ad esempio con una denunzia a posteriori da parte della madre biologica, come avviene sia pur raramente da parte di lavoratori sfruttati da datori di lavoro). Se non c’è nessuna legge, o se c’è solo una legge che proibisce indiscriminatamente, si aprono scenari simili alla situazione degli aborti prima della 194/1978: ad esempio il ricorso a “uteri in affitto” in altri Paesi dove tale pratica sia prevista ufficialmente o tollerata di fatto. Ovviamente l’analogia fra i due casi si fermerebbe qui: non vedo nessun motivo per prevedere che la GPA venga non solo ammessa in casi di prestazioni gratuite, ma addirittura finanziata dallo Stato, per quanto riguarda le operazioni chirurgiche necessarie all’impianto dell’ovulo fecondato e al parto finale.

Comunque, la radice della questione resta a mio avviso etica: è l’arroganza antropocentrica dell’essere umano che va individuata, sottoposta a esame e, gradualmente, destrutturata.

 

Augusto Cavadi

Qui il link alle versione originaria:

https://www.zerozeronews.it/legalizzare-la-gravidanza-per-altri/

sabato 25 luglio 2026

O LA GUERRA O LA RESA? PERCHE' QUESTA VOLTA VITO MANCUSO NON MI HA CONVINTO

 Chi di noi nutre grande stima per la preparazione intellettuale e soprattutto per il coraggio anticonformista di Vito Mancuso si aspetta da lui interventi di alto livello in ogni campo. Ma è un errore un po’ infantile. Ognuno ha le sue competenze, le sue intuizioni anticipatrici, ma anche i suoi limiti. Aristotele è stato un genio, ma non è stato mai sfiorato dal sospetto che non si fosse liberi o schiavi per natura. Kant è stato un genio, ma non è stato mai sfiorato dal sospetto che le donne non siano geneticamente inferiori ai maschi.

Anch’io, nonostante – anzi, proprio a causa del – mio affetto personale nei confronti di Vito Mancuso, sono rimasto dispiaciuto per l’ennesimo suo intervento sul tema della guerra (cf. Perché serve anche la forza per salvare la pace, “La Stampa” del 22.7.2026): ma, a ben riflettere, ci sarebbe stato da stupirsi se avesse scritto diversamente. Infatti, se non mi è sfuggita qualche pagina dei suoi molti e apprezzabili volumi, non ho mai trovato un riferimento puntuale, “scientifico”,  alla Teoria della Nonviolenza.  Dunque, anche in questa occasione, egli ha dato voce, con la consueta lucidità espositiva, al senso comune dominante: se si è dentro il paradigma culturale attuale non si può scrivere meglio.

Ciò che si può sperare è che persone acute e oneste come Mancuso ammettano l’ipotesi che questo paradigma, oggi dominante, non sia l’unico possibile e avvertano la curiosità di conoscere (di prima mano!) alcuni almeno dei pensatori che, negli ultimi due secoli, hanno immaginato creativamente dei paradigmi alternativi e anticipato “profeticamente” degli stadi evolutivi dell’umanità, oggi derisi come «utopistico idealismo». Mi riferisco ad autori che, nei miei primi cinquant’anni (oggi ho superato i 75!) , avevo solo sentito nominare, ma che (come molte altre persone che li citano per approvarli o per stigmatizzarli) non avevo mai studiato attentamente: H. D. Thoreau, L. Tolstoj, M. K. Gandhi, Basha Khan, Vinoba Bhave, A. Capitini, G. G. Lanza del Vasto, J. Goss, H. Goss-Mayr, N. Mandela, E. Balducci, L. Milani, D. Dolci, G. Sharp, M. L. King, J. Galtung, A. L’Abate, G. Pontara, T. Bello, A. Drago, G. Salio, A. Langer, P. Patfoort…

Da queste e fonti si ricavano gli elementi essenziali (sintetizzati in un agile volumetto da Andrea Cozzo nel suo La violenza oltre i pregiudizi. Cose da sapere prima di condividerla o rifiutarla, Di Girolamo Editore) per dissentire da varie affermazioni di Vito Mancuso, o per le meno per relativizzarle. «La guerra è una condizione permanente dell’umanità»? Certo, sino ad ora lo è stata. Come l’alta mortalità infantile o le ricorrenti carestie. Significa che sarà per sempre e necessariamente così? «Il disarmo è difficilmente attuabile»? Certo che lo è. Ma è l’unica via ragionevole, realistica, pragmatica, per evitare il suicidio collettivo dell’umanità: soprattutto dal 1945 in poi, sappiamo che non ci sarà guerra senza bomba atomica, dopo la quale non ci saranno né vincitori né vinti. «Tra la difesa armata e la resa disarmata» è preferibile la difesa armata? Certo. «Niente è preferibile alla libertà». Ma c’è una terza via: la difesa popolare civile, non armata e nonviolenta (con le sue strategie, le sue tecniche, i suoi corpi di pace da preparare esattamente come si preparano gli eserciti armati) che è tanto distante dalla resa inerte quanto dalla reazione armata: e migliaia di cittadini e cittadine stiamo raccogliendo le firme per una proposta di legge tendente a istituzionalizzare questa forma di difesa per accompagnare un processo graduale (e bilaterale) di disarmo militare internazionale (https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6100008 ).

In una discussione più ampia e articolata ci sarebbero molti altri passaggi dell’editoriale  di Mancuso meritevoli di approfondimento, ma vorrei limitarmi solo a un’informazione. Solitamente si ritiene che i conflitti nella storia siano stati risolti soprattutto con la violenza (anche perché i manuali parlano quasi esclusivamente di questi!), ma una studiosa degli Stati Uniti d’America, Erica Chenoweth, al termine di una ricerca intrapresa proprio per dimostrare questo prevalere delle ragioni delle armi sulle armi della ragione, nel suo Come risolvere i conflitti. Senza armi e senza odio con la resistenza civile (meritoriamente tradotto in italiano dalle Edizioni Sonda), è arrivata con suo stupore alla conclusione opposta: che negli ultimi 120 anni i conflitti gestiti senza ricorso alla violenza hanno avuto un numero di esisti positivi molto maggiore dei conflitti armati.

Augusto Cavadi

Qui la versione originaria:https://www.adista.it/articolo/76122