giovedì 30 luglio 2026

LEGALIZZARE LA “GRAVIDANZA PER ALTRI” ?

 Legalizzare o no la GPA (acronimo di Gravidanza Per Altri)? La questione non è semplice. Infatti il diritto può regolare i comportamenti oggettivi (vietare di passare in auto col rosso o imporre la restituzione di un oggetto al legittimo proprietario), ma essi sono intrinsecamente polivalenti: infatti dipendono dal chi, dal come, dal quando, dal dove e soprattutto dal perché. Se sto accompagnando un bambino ferito gravemente al pronto soccorso alle due di notte e, a un incrocio, constato che non c’è nessuna auto all’orizzonte, posso essere sanzionato perché attraverso col rosso? Se un amico due anni fa mi ha prestato una pistola da tiro a segno e oggi me la richiede, se so che sta attraversando una grave crisi depressiva con tendenze suicidarie, posso essere trascinato in tribunale perché mi rifiuto di restituirgliela?

Non è un caso che il terzo potere costituzionale si chiami propriamente giurisdizionale, non giudiziario: il magistrato deve “dire” lo “ius”, cioè interpretarlo, non limitarsi ad applicarlo meccanicamente.

A sua volta il magistrato si basa sull’etica socialmente condivisa, sui criteri di bene e di male di una società in una determinata fase storica: e, francamente, è questa dimensione fondante, pre-legale, che a me interessa maggiormente. Sappiamo  infatti  che, prima o poi, è l’etico (il costume, il senso comune) a condizionare il giuridico (la normativa che prevede sanzioni).

Oggi l’etica prevalente è caratterizzata da due principi che non mi convincono: l’onnipotenza tecnologica (tutto ciò che è tecnicamente possibile è anche moralmente ammissibile) e l’imperialismo del desiderio (tutto ciò che appaga un mio desiderio, a qualsiasi prezzo, è anche moralmente ammissibile).

E’ logico che chiunque condivida questi due princìpi ritenga lecita la GPA “senza se e senza ma” (presumibilmente con la sola garanzia che la madre biologica non sia fisicamente costretta alla gravidanza).

E chi non li condivide, perché ritiene che la tecnica debba rispettare dei limiti e che il desiderio soggettivo debba accettare il vaglio della razionalità, deve dunque essere necessariamente contrario alla legalizzazione della GPA?

Personalmente ritengo che una qualche forma di regolamentazione normativa sia preferibile al Far West sommerso: penso a un plesso di norme che prevedano la liceità della GPA, ma  esclusivamente nei casi in cui l’accordo fra genitore legale e madre naturale non abbia carattere commerciale  (per esempio fra persone amiche o legate da vincoli di parentela).

So bene l’obiezione: fatta la legge, trovato l’inganno. Ma se c’è la legge, il trasgressore può essere (per quanto improbabilmente) sanzionato (ad esempio con una denunzia a posteriori da parte della madre biologica, come avviene sia pur raramente da parte di lavoratori sfruttati da datori di lavoro). Se non c’è nessuna legge, o se c’è solo una legge che proibisce indiscriminatamente, si aprono scenari simili alla situazione degli aborti prima della 194/1978: ad esempio il ricorso a “uteri in affitto” in altri Paesi dove tale pratica sia prevista ufficialmente o tollerata di fatto. Ovviamente l’analogia fra i due casi si fermerebbe qui: non vedo nessun motivo per prevedere che la GPA venga non solo ammessa in casi di prestazioni gratuite, ma addirittura finanziata dallo Stato, per quanto riguarda le operazioni chirurgiche necessarie all’impianto dell’ovulo fecondato e al parto finale.

Comunque, la radice della questione resta a mio avviso etica: è l’arroganza antropocentrica dell’essere umano che va individuata, sottoposta a esame e, gradualmente, destrutturata.

 

Augusto Cavadi

Qui il link alle versione originaria:

https://www.zerozeronews.it/legalizzare-la-gravidanza-per-altri/

sabato 25 luglio 2026

O LA GUERRA O LA RESA? PERCHE' QUESTA VOLTA VITO MANCUSO NON MI HA CONVINTO

 Chi di noi nutre grande stima per la preparazione intellettuale e soprattutto per il coraggio anticonformista di Vito Mancuso si aspetta da lui interventi di alto livello in ogni campo. Ma è un errore un po’ infantile. Ognuno ha le sue competenze, le sue intuizioni anticipatrici, ma anche i suoi limiti. Aristotele è stato un genio, ma non è stato mai sfiorato dal sospetto che non si fosse liberi o schiavi per natura. Kant è stato un genio, ma non è stato mai sfiorato dal sospetto che le donne non siano geneticamente inferiori ai maschi.

Anch’io, nonostante – anzi, proprio a causa del – mio affetto personale nei confronti di Vito Mancuso, sono rimasto dispiaciuto per l’ennesimo suo intervento sul tema della guerra (cf. Perché serve anche la forza per salvare la pace, “La Stampa” del 22.7.2026): ma, a ben riflettere, ci sarebbe stato da stupirsi se avesse scritto diversamente. Infatti, se non mi è sfuggita qualche pagina dei suoi molti e apprezzabili volumi, non ho mai trovato un riferimento puntuale, “scientifico”,  alla Teoria della Nonviolenza.  Dunque, anche in questa occasione, egli ha dato voce, con la consueta lucidità espositiva, al senso comune dominante: se si è dentro il paradigma culturale attuale non si può scrivere meglio.

Ciò che si può sperare è che persone acute e oneste come Mancuso ammettano l’ipotesi che questo paradigma, oggi dominante, non sia l’unico possibile e avvertano la curiosità di conoscere (di prima mano!) alcuni almeno dei pensatori che, negli ultimi due secoli, hanno immaginato creativamente dei paradigmi alternativi e anticipato “profeticamente” degli stadi evolutivi dell’umanità, oggi derisi come «utopistico idealismo». Mi riferisco ad autori che, nei miei primi cinquant’anni (oggi ho superato i 75!) , avevo solo sentito nominare, ma che (come molte altre persone che li citano per approvarli o per stigmatizzarli) non avevo mai studiato attentamente: H. D. Thoreau, L. Tolstoj, M. K. Gandhi, Basha Khan, Vinoba Bhave, A. Capitini, G. G. Lanza del Vasto, J. Goss, H. Goss-Mayr, N. Mandela, E. Balducci, L. Milani, D. Dolci, G. Sharp, M. L. King, J. Galtung, A. L’Abate, G. Pontara, T. Bello, A. Drago, G. Salio, A. Langer, P. Patfoort…

Da queste e fonti si ricavano gli elementi essenziali (sintetizzati in un agile volumetto da Andrea Cozzo nel suo La violenza oltre i pregiudizi. Cose da sapere prima di condividerla o rifiutarla, Di Girolamo Editore) per dissentire da varie affermazioni di Vito Mancuso, o per le meno per relativizzarle. «La guerra è una condizione permanente dell’umanità»? Certo, sino ad ora lo è stata. Come l’alta mortalità infantile o le ricorrenti carestie. Significa che sarà per sempre e necessariamente così? «Il disarmo è difficilmente attuabile»? Certo che lo è. Ma è l’unica via ragionevole, realistica, pragmatica, per evitare il suicidio collettivo dell’umanità: soprattutto dal 1945 in poi, sappiamo che non ci sarà guerra senza bomba atomica, dopo la quale non ci saranno né vincitori né vinti. «Tra la difesa armata e la resa disarmata» è preferibile la difesa armata? Certo. «Niente è preferibile alla libertà». Ma c’è una terza via: la difesa popolare civile, non armata e nonviolenta (con le sue strategie, le sue tecniche, i suoi corpi di pace da preparare esattamente come si preparano gli eserciti armati) che è tanto distante dalla resa inerte quanto dalla reazione armata: e migliaia di cittadini e cittadine stiamo raccogliendo le firme per una proposta di legge tendente a istituzionalizzare questa forma di difesa per accompagnare un processo graduale (e bilaterale) di disarmo militare internazionale (https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6100008 ).

In una discussione più ampia e articolata ci sarebbero molti altri passaggi dell’editoriale  di Mancuso meritevoli di approfondimento, ma vorrei limitarmi solo a un’informazione. Solitamente si ritiene che i conflitti nella storia siano stati risolti soprattutto con la violenza (anche perché i manuali parlano quasi esclusivamente di questi!), ma una studiosa degli Stati Uniti d’America, Erica Chenoweth, al termine di una ricerca intrapresa proprio per dimostrare questo prevalere delle ragioni delle armi sulle armi della ragione, nel suo Come risolvere i conflitti. Senza armi e senza odio con la resistenza civile (meritoriamente tradotto in italiano dalle Edizioni Sonda), è arrivata con suo stupore alla conclusione opposta: che negli ultimi 120 anni i conflitti gestiti senza ricorso alla violenza hanno avuto un numero di esisti positivi molto maggiore dei conflitti armati.

Augusto Cavadi

Qui la versione originaria:https://www.adista.it/articolo/76122


venerdì 24 luglio 2026

QUI LA VIDEO-REGISTRAZIONE DELL'INCONTRO SULLA MASCHILITA' DI GESU' DI NAZARET

Nel post sul mio blog immediatamente precedente a questo (https://www.augustocavadi.com/2026/07/gesu-di-nazaret-un-maschio-non_0833364668.html ) ho pubblicato ieri gli appunti su cui mi sono basato per presentare in videoconferenza le linee essenziali del volume di Hanna Wolff, Gesù la maschilità esemplare. La figura di Gesù secondo la psicologia del profondo, Queriniana, Brescia 1979.

Oggi sono in grado di rilanciare anche la videoregistrazione della conversazione grazie alla rivista "Mosaico di pace" che, con la partecipazione attiva di realtà associative come “Maschile Plurale”, e di persone di diversa provenienza culturale e religiosa, ha organizzato l'incontro di ieri:

 https://www.mosaicodipace.it/index.php/rubriche-e-iniziative/rubriche/approfondimenti/la-parola-a-voi/5997-la-maschilita-di-gesu



giovedì 23 luglio 2026

GESU’ DI NAZARET: UN MASCHIO NON MASCHILISTA?

Lo squilibrio di opportunità, di spazi d’espressione e di azione, diciamo pure di potere, fra maschi e femmine - ancora non del tutto eliminato nella società – lo è ancor di meno nella Chiesa cattolica. Un processo di ripensamento della situazione attuale non può non partire dalle origini: che tipo di relazione con il femminile ha pensato ed effettivamente testimoniato Gesù di Nazaret?

Ormai questa tematica è abbondantemente trattata nella letteratura teologica a firma femminile, ma nel 1975 il volume di Hanna Wolff, Gesù, la maschilità esemplare. La figura di Gesù secondo la psicologia del profondo, Queriniana, Brescia 1979 apriva davvero prospettive inedite. A mezzo secolo esatto di distanza non sarebbe inutile richiamare brevemente quel contributo che, per altro, non ha avuto tutta l’accoglienza che, a mio sommesso avviso, avrebbe meritato: forse perché (come ho ipotizzato nel mio volumetto Tenerezza. La rivoluzione (incompiuta) di Gesù di Nazaret secondo Hanna Wolff, Diogene Multimedia, Bologna 2018) i teologi hanno diffidato di una psicologa, gli psicologi di una teologa, i teologi e gli psicologi maschi di una teologa e psicologa donna.

La trattazione della Wolff presuppone alcune premesse.

a)     Il Gesù in esame è il personaggio storico (per quel poco che possiamo saperne scavando dentro le fonti neotestamentarie che storiche, nell’accezione moderna del termine, non sono), non il «Cristo in quanto Figlio di Dio o chissà quale essere metafisico» (p. 10);

b)     l’uomo Gesù può essere accostato da varie angolazioni epistemiche: Wolff dichiara programmaticamente di voler adottare l’attrezzatura della «psicologia del profondo» (p. 22) o «analitica» di matrice junghiana;

c)      il primo dato da cui non può non partire una «inchiesta analitica» è che «questo uomo era un maschio» (verità che la riflessione teologica tradizionale ha quasi del tutto taciuto, come se si trattasse – qui viene citato A. Läpple - di «un essere asessuato»)l  (p. 26).

Ciò chiarito in via preliminare si può entrare nel merito e cioè, essenzialmente, rispondere alla domanda: che tipo di maschio è stato Gesù?

a)     Egli è stato (secondo la convergente intuizione di pensatori neo-induisti e occidentali) un «maschio integrato» cioè, nel vocabolario junghiano, un uomo che, nella sua psiche, ha consapevolmente accettato sia la sua dimensione maschile (animus) che la sua dimensione femminile (anima) (p. 35);

b)     questa integrazione ha segnato per Gesù il superamento dello «stato di patriarcato della coscienza» (E. Neumann) (p. 43), nel quale «l’essere maschile» tende ad affermare «se stesso “di fronte” al femminile», senza rendersi conto che, «distanziandosi e isolandosi dal femminile, si distanzia e si isola dal proprio inconscio» («dal momento che – come ha mostrato soprattutto C.G. Jung – l’inconscio nel maschio porta in sé l’impronta del femminile») (p. 44);

c)      questa operazione di riduzione al «triste ruolo del solo maschile» (ib.) non è solo auto-lesionistica, ma potenzialmente pericolosa per le relazioni di genere: negando il femminile intra-psichico si tende a contrastarlo fuori di sé. Non è un caso che in molte società (le civiltà cristiane dai Padri della Ciesa a oggi non escluse) vige una «triplice proscrizione del femminile» (p. 45): in «campo religioso» (il serpente ha approcciato Eva perché sapeva che Adamo avrebbe resistito alla tentazione) (ivi); in campo socio-culturale  (basti richiamare alla memoria le tesi di soggetti, per altro geniali in molti ambiti,  come Kant o Schopenhauer sulla inferiorità della donna); in campo sessuale (da Agostino d’Ippona a Freud  stesso la donna è un maschio incompleto che può solo “invidiare” la completezza del maschio);

d)     quali segni abbiamo che Gesù si sia distanziato, in parole e in opere, da questo infantilismo androcentrico rilevabile prima, durante e dopo la sua vita nel mondo? E’ stato davvero altro che «il divino scapolo autosufficiente» (D. Lent) della tradizione devozionale?

e)     Per rispondere non possiamo esonerarci dal richiamare la condizione della donna al tempo di Gesù: ritenuta sullo stesso piano di schiavi e bambini perché tutti e tre «hanno questo in comune: hanno – si dice – un signore terreno, per il cui servizio sono così pienamente occupate da non avere più altro tempo per il signore celeste». Perciò le donne non hanno l’obbligo, anzi  neppure il diritto,  d’istruirsi religiosamente, al punto che un detto rabbinico raccomanda: «Che le parole della Torà vengano bruciate, piuttosto che siano consegnate alle donne» (p. 114)

f)       In questo contesto androcentrico e misogino, Gesù è innanzitutto un «maschio non-animoso» (p. 118): accoglie donne nel gruppo dei discepoli, parla in pubblico con la samaritana, difende l’adultera colta in flagranza di reato e la donna che gli massaggia i piedi con unguento prezioso, frequenta confidenzialmente la casa di Marta e Maria;

g)     Inoltre egli è un essere la cui «funzione fondamentale» è il «sentimento» (p. 149): «gli Evangeli sono pieni di espressioni in cui si dice che egli “si struggeva”, aveva “compassione”, che era “mosso a pietà”, o che turbato si “lamentò” di coloro che non volevano né sentirlo né seguirlo, sì, che “pianse” su di loro» (p. 150) (il che lo differenzia sia dalla frigidità razionalistica - tipica del modello maschile, quando si castra la propria anima -  che dal sentimentalismo deteriore – che viene riscontrato nella psicologia femminile quando castra il proprio animus);

h)     In Gesù si riscontrano, senza frizione, «il modo caratteristico di essere» maschile (azione, decisione, risolutezza, responsabilità…sino alla durezza tranciante: chi non è disposto a giocarsi tutto non è degno di lui) ed «il modo caratteristico di essere» femminile (ricettività o accoglienza, disponibilità ad essere agiti più che ad agire, protettività materna…).

i)       Una conferma dell’integrità psichica di un soggetto la si può rintracciare nell’idea di uomo e nell’idea di Dio che egli elabora e più o meno esplicitamente propone.

Nel caso di Gesù egli mostra di proiettare all’esterno il suo modo  di essere «un maschio integrato e perciò integro» che invita ad essere come lui stesso «colui che non si affanna, che non ha paura della vita, che è ricettivamente aperto, cioè bussa» (p. 244).

j)       Similmente  la sua teo-logia (= immagine del divino) è innovativa perché non solo, come altri prima di lui e nel suo ambiente,  predica un Dio che «è benigno e perdona i peccati» (p. 177), ma «lascia trionfare nell’immagine di Dio i valori femminili dell’essere» : come risulta da parabole emblematiche (figlio prodigo, dracma perduta, pecorella smarrita), sono «ricettività», propensione a «salvare e proteggere», «provvedere e curare», «aiutare e sanare» (p. 178).

k)     Se si ha il coraggio di porre la domanda solitamente ritenuta blasfema («Esiste un’ombra anche in Gesù? [] Esiste anche in Gesù qualcosa di imperfetto, di non vissuto, di mal riuscito, di represso?») (p. 202), la risposta non può che essere affermativa dal momento che «un uomo senza ombra non sarebbe un uomo» (ib.) e Gesù sembra dichiararlo quando risponde al Tale che gli si inginocchia: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono se non uno, Dio» (lc 18,19) (p. 204), che si potrebbe tradurre anche in altro codice: «Io faccio parte dell’humanum, di conseguenza non mi spetta affatto l’attributo dell’integrità totale» (p. 205).

L’ombra di Gesù è il risvolto della sua funzione psichica prevalente che, come si è notato sopra, è il «sentimento»: «Dove i poveri e i diseredati, o i gabellieri e i peccatori, o le donne e i bambini vengono calpestati, là il suo sentimento dei valori, offeso, reagisce spontaneamente e inconfondibilmente» (p. 210). Ma a questa accentuazione corrisponde un deficit di attività razionale, di «pensiero» speculativo: «Gesù non si presenta a noi come un “pensatore” che esponga, in modo articolato, il suo punto di vista» (p. 207). 

Un altro angolo ombroso riguarda «la funzione di coscienza» che «si identifica in certo qual modo col “senso dei fatti”» (p. 213). Non che Gesù sia stato «un uomo dall’interiorità stagnante» (p. 215), ma ci sono passi da cui si inferisce in lui uno scarso realismo pragmatico, come quando raccomanda ai suoi missionari: «Non portate borsa, né bisaccia né sandali» (Lc 10,4 s) (p. 216).    

Una terza zona d’ombra è rilevabile ne suo rapporto con gli animali. Nel suo «concetto di prossimo sono inclusi tutti i prossimi» (p. 222), ma non anche – come ad esempio nel caso di Buddha - «tutti gli esseri che ci circondano» (ivi): «che cosa non avrebbe potuto significare una parola di Gesù intorno agli altri esseri, i nostri “fratelli muti”, soprattutto nel presente! [] Almeno, non lascerebbe in pace le nostre coscienze, quando, per l’interesse e la gretta avidità di guadagno, compiamo lo sterminio di intere specie» (p. 223).

·      Un’osservazione complessiva: quando la Wolff, sulla scia di Jung, distingue “animus” e “anima”, attribuendo al primo principio psicologico caratteristiche “maschili” e al secondo principio psicologico caratteristiche “femminili” non rivela una mentalità essenzialista che scambia delle posture storicamente acquisite con dimensioni strutturali, costitutive, naturali? Il problema c’è e va approfondito. Ma va anche segnalato che la Wolff non ne è ignara. Quando autori come F.J.J. Buytendijk adoperano categorie come «essere uomo nel modo maschile» ed «essere uomo nel modo femminile», Wolff dichiara di preferire formulazioni più sfumate come «“modi di attuazione” tipici dell’uomo o della donna (p. 170). Comunque la questione resta: è vero che sia più maschile lo «stare al mondo con rendimento» (ib.) e più femminile la postura della «ricettività» (un modo d’essere «tenero, arrotondato, fluente, liquido, flessibile») (p. 174) ?

·      Inoltre ci sono passaggi della Wolff che denunziano, probabilmente, una conoscenza imperfetta di altre tradizioni teologiche. Ad esempio quando si chiede retoricamente: «dove mai, nella storia delle religioni di tutti i tempi, anche solo si parla di tale unificazione degli opposti, specialmente dell’unificazione del maschile e del femminile?» (p. 180), non è difficile obiettare che cosa ne sia allora della complementarietà di Yin e Yang nel Tao (che può essere considerato anche la Totalità divina).

Augusto Cavadi

Questo il link alla versione originaria:

 Adista News - Gesù di Nazaret: un maschio non maschilista?





mercoledì 22 luglio 2026

CI VEDIAMO ON LINE (GIOVEDI' 23 LUGLIO 2026 DALLE 18.00 ALLE 20.00) PER DISCUTERE DELLA MASCHILITA' DI GESU'?

 

LA MASCHILITA’ DI GESU’


Il gruppo “il Maschile e le Chiese” organizza un incontro online di approfondimento sul tema

La Maschilità di Gesù
il 23 luglio 2026 dalle 18,00 alle 20,00

con il prof.  Augusto Cavadi

Introduzione al pensiero di HANNA WOLFF


per collegarsi:

https://us02web.zoom.us/j/88030479594?pwd=j8iCboqNgJDN7KhXPGftnCRgrVSfYB.1




Un primo inquadramento della problematica l'ho affrescato in un intervento dell'anno scorso:
https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/maschilita-e-cultura-cattolica