Care e cari,
Augusto Cavadi, il blog
Il blog di Augusto Cavadi, filosofo-in-pratica di Palermo, con i suoi appuntamenti pubblici in Italia e i suoi articoli.
sabato 15 agosto 2026
PICCOLO APERITIVO DELLE VACANZE FILOSOFICHE A SESTOLA (18 - 24 AGOSTO 2026)
MARCO REVELLI E LA CRISI (FORSE TERMINALE) DELLA POLITICA NEL MONDO
In questi giorni ho trovato fra i miei libri un titolo che avevo avuto la chiaroveggenza di acquistare circa un quarto di secolo fa, ma la colpevole disattenzione di non leggere. E' stato un errore perché La politica perduta (Einaudi, Torino 2002) di Marco Revelli, nonostante le dimensioni non certo voluminose, è un testo ricco, articolato, che dà molto da pensare.
Già nel 2002, con un quarto di secolo circa di anticipo, Barbara Spinelli individuava nella strage del teatro Dubrovska di Mosca (compiuta dalle forze speciali russe per neutralizzare un commando ceceno che teneva in ostaggio 922 civili) L'assassinio della politica ("La Stampa", 27.10.2002): con questo blitz vediamo "militarizzare definitivamente l'arte della politica", quest'ultima appare "completamente superflua", completamente inane, priva di qualsiasi autonomia, incapace di dar leggi a se stessa che non siano quelle della jungla e della punizione violenta, più o meno preventiva". Il giorno dopo, su "Repubblica", Bernardo Valli le faceva eco con l'editoriale Il terrorismo e la sconfitta della politica: "Nel teatro di via Dubrovska è morta la politica. Quella che Platone chiamava scienza regia e Aristotele definiva una ricerca intorno a ciò che dev'essere il bene. Insomma, un'arte destinata anche a evitare una violenza fine a se stessa, a dare un senso e una legittimità all'uso della forza, se proprio indispensabile".
23 anni dopo, la diagnosi di Revelli è più calzante di allora. Forse anche la sua terapia è cresciuta d'attualità, anzi di urgenza: "Per un nuovo modello di vita pubblica occorre: una rigorosa critica della potenza, una rinuncia consapevole al mito della forza". Ma non sarà facile la transizione dal modello attuale di politica a "una possibile, inedita, politica del futuro". Dovremo "a lungo convivere con la politica del passato: quella degli Stati (e delle ragion di Stato), degli eserciti, delle diplomazie. Quella che crede ancora nell'onnipotenza della Tecnica (...). Quella che sta dentro i confini. Che elabora la propria razionalità dentro la logica segregante delle frontiere. Quella che considera pazzia l'idea di un disarmo unilaterale. Che assimila il riconoscimento e l'assunzione del torto al tradimento. Che identifica la nonviolenza con la resa senza resistenza" (p. 136).
giovedì 13 agosto 2026
OLTRE LA MEDIAZIONE ARMATA DELL'ONU: UNA PROPOSTA DI LEGGE DA SOTTOSCRIVERE URGENTEMENTE
Don Cosimo Scordato e don Franco Romano auspicano (nell'articolo qui sotto riprodotto), tra altre strategie di pacificazione internazionale, una rifondazione dell'ONU in senso più partecipativo che preveda anche il rafforzamento degli attuali Caschi Blu in modo che un unico esercito sovra-nazionale sia autorizzato a intervenire in caso di aggressione armata di uno Stato ai danni di un altro. E' una proposta non priva di pregi, ma neanche di inconvenienti: a parte gli abusi contro le popolazioni civili perpetrati in varie occasioni dai Caschi Blu, anche nelle situazioni 'normali' la presenza di armi nelle mani dei mediatori ha spesso aizzato, più che dissuaso, i contendenti. Forse, comunque, un esercito dell'ONU efficiente sarebbe meglio della giungla mafiomorfica attuale.
Intanto, però, vorrei ricordare che entro il 16 settembre 2026 si può votare sul sito governativo una proposta di legge per l'istituzione di Corpi civili di pace per una difesa non-armata e non-violenta: il disarmo multilaterale è la méta finale, ma lontana; intanto, qui ed ora, perché non affiancare gli eserciti con organismi attrezzati professionalmente alla mediazione disarmata? Ecco il link, basta una carta d'identità elettronica o uno spid e, in pochi minuti, si fa un gesto concreto verso l'uscita dall'incubo in cui siamo precipitati:
https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6100008
mercoledì 12 agosto 2026
"LETTERE A UN BAMBINO POI NATO": ADRIANA SAIEVA SULL'ULTIMO LIBRO DI MARIA D'ASARO
Lettere a un bambino poi nato
In Lettere a un bambino poi nato (Diogene Multimedia,
Bologna 2025) di Maria D’Asaro prende vita una narrazione che può risuonare a
vario titolo nel vissuto di una lettrice: da figlia in bilico sul
baratro della paura di perdere la propria madre, con il carico di domande che
una perdita così immensa comporta; da moglie (o compagna) che si
interroga sulla perdita di connessione emotiva col marito e avverte la
solitudine in un momento in cui ha più bisogno di un abbraccio; da amica
che sente il dolore e l’angoscia di una persona cara che vive le atrocità di
una guerra; da madre che rischia di perdere il figlio e che si mette nei
panni di un’altra madre meno fortunata di lei…
Ognuna di queste situazioni è vissuta attraverso domande di
grande intensità che non hanno una risposta definitiva e spalancano lo sguardo
sul senso della vita o sulla sua totale mancanza. Domande che riecheggiano anche
il libro di Oriana Fallaci, Lettere a un bambino mai nato, edito proprio
mezzo secolo fa, nel 1975, e di cui questo della D’Asaro è - in qualche modo,
sin dal titolo - un contraltare.
Che domande suscita questo racconto – in una sorta di rispecchiamento
al contrario – in una donna che non ha vissuto l’esperienza della maternità? Direi
che ha il dono di aiutare a fare chiarezza nella complessità di emozioni che una
situazione esistenziale del genere comporta. Il mondo di una donna che, per una
qualsiasi ragione, non ha sperimentato la maternità è come diviso tra due poli:
da una parte chi, alla notizia che l’interlocutrice non ha avuto figli,
dimostra imbarazzo o sincero dispiacere (nel migliore dei casi), malcelata
commiserazione (in altri); sull’altro versante
donne, spesso amiche, che si precipitano ad
assicurare che - in un modo “alternativo”
o “speciale” o “straordinario” o “normale”… - madre comunque lo è: dei suoi alunni,
delle persone di cui si prende cura per volontariato, in certi casi per di
minori in affidamento o in adozione.
Secondo la mia esperienza personale, questI due poli, in
realtà, non sciolgono i nodi delle emozioni e in alcuni casi peggiorano la
situazione. Viene difficile digerire l’aria di commiserazione di chi vedrebbe la
donna realizzata solo attraverso la maternità e non si riescono ad accettare parole
di consolazione che comunque profumano di rimedio e conforto da nessuno richiesti.
Entrambi gli atteggiamenti sono
apparentati dal minimo comun denominatore del presupposto che il tema della
maternità costituisca un campo minato.
Perché Lettere a un bambino poi nato non replica la
sgradevolezza di questo presupposto? Perché l’autrice non rivendica
esclusività: racconta il vissuto biologico della gravidanza, le emozioni che da
questa prendono vita, e rende partecipe di una fisicità che una donna come me non
conosce, non ha vissuto e di cui prende atto con affettuosa distanza… E’ vero:
è un mondo che non appartiene a chi non è stata madre così come non le appartengono
molti altri mondi.
Ma, dopo la nascita, arrivano altre domande, altre
esperienze; nel momento in cui si palesa al mondo la relazione a due, accade la
magia di un essere altro da te che si affida in completa fiducia, stabilisce un
legame che ti eleva allo stato di colei che – bene o male/ più o meno/ abilmente
o goffamente- si prenderà cura, si sintonizzerà con ciascuna espressione del
viso, acuirà l’udito fino a sentire i non-detti e lo sguardo fino a vedere le
ombre del cuore. E’ questa la magia
della maternità universale: se questi “poteri”
dipendessero dall’esperienza del parto materiale a molte donne e a tutti gli
uomini sarebbe negata ogni forma di empatia.
Maria D’Asaro, evitando ogni assolutizzazione paradigmatica
della maternità biologica e tratteggiando ciò che caratterizza la relazione
materna dalla nascita in poi, mi ha evocato la concezione africana della
maternità. In molte culture di quel continente è madre chiunque si prenda cura di un bimbo: il villaggio intero è madre. Da alcuni anni
con mio marito abbiamo accolto in casa una ragazza del Mali arrivata in Italia
senza parenti ed è ogni volta con commozione che, al telefono, sua madre si
dichiara felice che la figlia abbia anche una “mamma italiana”.
L’autrice pone al suo figlioletto domande – “Starai bene? Chi
si prenderà cura di te quando non ci sarò? Quale futuro ti aspetta? Sarai
risparmiato dal male di questo mondo?” – che anch’io ho imparato a formulare.
Sono domande che costituiscono un ponte fra il suo vissuto e il mio. E di
questo le sono grata.
Adriana Saieva
“Viottoli”, Giugno 2026
