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Il blog di Augusto Cavadi, filosofo-in-pratica di Palermo, con i suoi appuntamenti pubblici in Italia e i suoi articoli.
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Ciò che è noto rimane sconosciuto, pensava il vecchio Hegel. La “nonviolenza” ne è una lampante conferma: nel 99% dei casi chi ne parla (per esaltarla o per deriderla) non ha mai letto una riga di suoi esponenti storici perché è convinto, in buona fede, che non ci si nulla da sapere oltre ciò che si ripete dovunque e per lo più. A costoro, che presumono senza neppure sospettare di pre-assumere, possono riuscire istruttivi testi agili, ma rigorosi, come il volume a più voci, Poteri e nonviolenza. Organizzare la speranza (Nerbini, Firenze 2026, pp. 144, euro 14,00).
La chiave di lettura dei vari contributi è offerta in Prefazione da Massimo Ferré e Franco Dinelli. Essi intendono rispondere a due domande principali: «come si caratterizza oggi il potere» e «quale risposta nonviolenta può esercitare ogni persona» (p. 5).
In
ambito politico, osserva Ferré, si
registra una «crisi della democrazia» sintetizzabile nel dato, reso
manifesto da Trump, che «la politica ha smesso di credere nel valore
contingente della democrazia (…) per usarla a favore di una ristretta cerchia
di oligarchi globali» (pp. 11 – 12). Ciò è potuto verificarsi perché, dopo
la Seconda guerra mondiale, «ci si è illusi che il regime democratico della
coesistenza dei molti diversi tra di loro fosse diventato anch’esso, come il
mercato, una sorta di stato naturale dell’umano – con la conseguenza di pensare
che bastasse replicarne le procedure per custodirlo nel suo nocciolo duro» (p.
11). La nonviolenza non solo si propone di curare questa patologia della
democrazia, ma può vantare negli ultimi decenni dei risultati oggettivi che
Laila Simonelli richiama rapidamente nel suo contributo su La nonviolenza
motore di partecipazione democratica: da pratiche partecipative nella
gestione di enti locali (pp. 18 – 19) a leggi varate dal Parlamento nazionale
(pp. 15 – 18) sino a risultati planetari ottenuti, «pur con tutti i limiti e le
crisi profonde», da varie «istituzioni internazionali» (p. 21).
Che
cosa abbia fatto, stia facendo e possa fare in futuro la nonviolenza in
ambito economico è ricordato, in pagine che meriterebbero adeguato
ampliamento, da Giuliana Martirani - che disegna un percorso «dalla
razionalità alla ragionevolezza per arrivare ai Beni Comuni» (p. 26)
– e da Matteo Prodi che, anche sulla base di esperienze personali, evidenzia
come «le cooperative sociali di comunità» possano rivelarsi «una buona pratica da
considerare per costruire percorsi nonviolenti» (p. 31).
Del
ruolo della nonviolenza in ambito tecnico si occupano Sergio Bellucci e Massimo Serio. Il primo invita a soppesare in tutta la sua gravità la
trasformazione epocale in atto: nel «Digitalismo, la formazione
socioeconomica che sta soppiantando quella capitalistico/industriale», il
potere «non si esercita più solo attraverso il controllo dei mezzi di
produzione», ma anche e soprattutto «attraverso il dominio dell’informazione,
dei dati, di un accumulo conoscitivo dei data center, dei microprocessori
neuromorfici e degli algoritmi dell’intelligenza artificiale» (p. 33). A questa
nuova forma di oppressione la nonviolenza può rispondere attivando almeno tre
percorsi: «educazione alla sovranità digitale», «design etico e tecnologie
conviviali» e «governance partecipativa del capitale conoscitivo» (pp. 35 –
36). In
sostanziale sintonia con Bellucci, Seri individua nella «eticità
(finalizzazione di bene)» e nella «universalità dei risultati» i «due capisaldi
necessari» per «arginare il rischio che la tecnica diventi strumento di
“violenza”, intesa come offesa in generale della dignità delle persone» (p.
39).
L’ambito
militare, proprio perché sembrerebbe
lo spazio privilegiato per la nonviolenza, è anche il più fitto di insidie.
Infatti molti si accontentano di ideali “pacifisti” – s’intende di perseguire
stadi di assenza di guerre – mentre, come ricorda nel suo contributo Pasquale
Pugliese, la “violenza della guerra” presuppone una “economia di guerra”
(“progressivo aumento delle spese militari” e “riconversione al contrario
dell’industria”) ed entrambe presuppongono una radice ancora più nascosta: il
potere «culturale, che si manifesta nei dispositivi formativi e informativi che
hanno lo scopo di legittimare e giustificare tutta la filiera della guerra» (pp. 42 – 43).
Tali dispositivi ideologici ruotano intorno a due «cardini»: «il primo è
l’irrazionale e obsoleto mantra secondo il quale per avere la pace bisogna
preparare la guerra»; «il secondo è il doppio standard etico, secondo il quale
un omicidio è un omicidio, ma moltiplicato per migliaia o milioni di omicidi si
chiama vittoria o, addirittura, pace» (p. 44). Cosa fa in concreto chi pratica
la nonviolenza per sostituire la lotta armata contro gli aggressori? Sia pur a
rapide pennellate risponde alla domanda Valentina Bartolucci rievocando casi di
“resistenza civile” (sia come “non-condizionamento” sia come “lotta
organizzata” sia come “resistenza morale”) (pp. 49 – 51) e casi storici in cui
la nonviolenza è stata non soltanto resistenza, ma anche «costruzione, paziente
e quotidiana, di percorsi di pace» (pp. 51- 53). Affinché le esperienze
pregresse addestrino alla gestione dei conflitti attuali e futuri, la
nonviolenza deve diventare «competenza educativa» convinta e capillare
attraverso l’educazione delle «nuove generazioni a leggere i conflitti come
opportunità di trasformazione e a diventare cittadini capaci di scegliere, ogni
volta, la via più difficile ma più feconda, quella della pace» (pp. 53- 55).
Se
la violenza esercitata dagli esseri umani riguarda anche il mondo animale e
vegetale, la nonviolenza non può non attrezzarsi anche nell’ambito ecologico.
Questo versante è lumeggiato sia da Chiara Tintori che da Roberto Maier. La
prima si concentra su «tre coppie di polarità»: il «consenso» sulla oggettività
della crisi ambientale ostacolato dal «dissenso» costituito dal «negazionismo»
(p. 58); la «transizione» (dall’ «utilizzo di fonti fossili» verso «fonti
di energia rinnovabili») che non «potrà essere duratura senza una conversione
ecologica, cioè senza riscoprire i fondamenti etici delle nostre scelte» (p.
59); la «ecologia integrale» contrastata dall’avanzata su tutto il pianeta del
«nazionalismo» (una sorta di «individualismo di massa») (pp. 59 – 60). Il
secondo autore si sofferma in particolare sulla differenza nell’approccio
all’ecologia da parte di papa Benedetto XVI (che «faceva derivare la cura per
la natura dalla creaturalità») e di papa Francesco (che, operando «una sorta di
sospensione della cosmologia cristiana», preferisce insistere sulla «generatività
del dialogo e la sete di giustizia») (pp. 62 – 63).
Prima,
durante e dopo che nei campi di battaglia, le guerre si combattono nella sfera
dei mezzi di informazione. Come ricorda Lucia Capuzzi, la narrazione
dominante si basa sul dogma della inevitabilità della guerra, al quale si
oppone infantilmente «una contro-propaganda basata su slogan, luoghi comuni,
buone intenzioni e ottimismo ingenuo», laddove il vero antidoto sarebbe
smascherare la guerra e mostrarla per ciò che è: «una decisione deliberata,
frutto di una serie di cause e portatrice di conseguenze» (pp. 68 – 69). Anche
in questo ambito l’educazione è irrinunciabile. E Marco Pietro Giovannoni
evoca, rapidamente, alcuni modelli pedagogici mediante i quali «le persone
possano riconoscere e trasformare rapporti di potere, linguaggi, strutture e
abitudini che ostacolano la libertà di giudizio» (p. 70): la «conoscenza come
emancipazione» («la lezione di Barbiana»); «la creatività come pratica
democratica» («la lezione di Mario Lodi»); «il metodo maieutico reciproco» («la
lezione di Danilo Dolci») (pp. 71 – 72).
Una
sezione del volume è dedicata all’ «ambito cultura e memoria». Sergio
Tanzarella mostra, con varie esemplificazioni (a partire dalla Prima guerra
mondiale), come la storiografia dominante sia intessuta di menzogne che solo
uno studio serio può smontare, invitando il lettore a schierarsi dalla parte
delle vittime. Ciò spiega perché «non solo i regimi totalitari del XX secolo,
ma anche tutti i poteri che comprendono se stessi come dominio, anche se
mascherati da democrazie (…) sanno bene quanto la storia sia innocua e come sia
necessario occhiutamente controllarla per prevenire ogni istanza di autonomia critica del
pensiero, che è premessa necessaria della libertà» (p. 83). Gli studi storici
occupano uno dei tanti campi in cui si può esercitare – come sostiene Pietro
Domenico Giovannoni – l’azione liberatrice della nonviolenza in ambito
culturale: attivandosi affinché «la cultura» (che, se ridotta a sistema chiuso
e autoritario, può diventare uno strumento di riproduzione della violenza») possa,
invece, diventare («quando viene vissuta non come trasmissione dogmatica, ma
come occasione di apertura e confronto») «lo strumento più efficace per disinnescare
alla radice i meccanismi della violenza, visibili e invisibili, espliciti o
sistemici, individuali o collettivi» (pp. 84 - 85). Nessuna disciplina è
inadatta a questo ministero di emancipazione: «attraverso la letteratura, la
filosofia, l’arte, le scienze sociali e naturali, possiamo imparare a “guardare
con occhi diversi”, a decostruire ciò che ci è stato insegnato come ovvio, a
distinguere tra ciò che siamo e ciò che ci è stato detto di essere» (p. 85).
La
nonviolenza non può ignorare neppure il vasto e contraddittorio ambito della
religione. Se, come sostiene nelle sue pagine Francesca Forte, «la
giustificazione della guerra non è affatto un fenomeno marginale nella storia
delle religioni, in particolare nel cristianesimo, nell’ebraismo e nell’islam»
(p. 89), oggi questa «dialettica violenza/religione» acquista una
fisionomia specifica: «non solo per i fondamentalisti islamici ma anche per
quelli cristiani negli Stati Uniti, che fanno riferimento al mondo “neo-con”,
un’identità religiosa e culturale forte, con alla base una concezione
antropologica precisa e definita che non lascia spazio alle insidiose ambiguità
(di genere, di razza, di classe) post-moderne, rappresenta un elemento
fondamentale su cui costruire un progetto politico» (p. 91). Una via d’uscita,
secondo l’autrice, potrebbe trovarsi nelle parole di Paul Ricoeur: «Se le
religioni vogliono sopravvivere dovranno saper rinunciare in primo luogo a ogni
specie di potere che non sia la parola disarmata; dovranno far prevalere la
compassione sull’aridità dottrinale; dovranno soprattutto – ed è la cosa più
difficile – cercare nel fondo stesso dei loro insegnamenti quel surplus non
detto grazie al quale ciascuno può sperare di raggiungere gli altri» (p. 92).
In
un secondo contributo di questa sezione teologica Alessandro Cortesi entra un
po’ più nel dettaglio delle indicazioni operative: «educare ad un pensiero
ospitale» (accostando le Scritture con strumenti critici che ne evidenzino «il
nucleo di appello ad un Oltre, ad una presenza divina che rende miti e in
ascolto») (p. 96); «educare a relazioni dialogiche» (con l’altro riconosciuto
«come uguale e diverso» per sventare «tutte le forme di de-umanizzazione che
sono premessa alle violenze più efferate») (pp. 96 – 97); «educare ad un agire
di cura» (in opposizione agli attuali «modelli economici che generano
diseguaglianza e che uccidono») (p. 98).
Un’ultima
sezione del poliedrico volume è dedicato all’ambito scuola. Antonio
Mazzeo, storico esperto di queste tematiche e instancabile attivista, si occupa
di lanciare l’allarme su vari indizi di «militarizzazione del sistema
scolastico» (p. 99), anche con
esemplificazioni che non mi sono risultate convincenti (ad esempio l’uso del registro elettronico,
il voto in condotta o il divieto dei cellulari); Paolo Ragusa si concentra
invece sulla pars construens, in particolare sulle indicazioni per
declinare «un’autentica esperienza di
nonviolenza» in «competenza conflittuale» (p. 105).
Organizzare
la speranza, a firma di Massimo
Ferré, è il titolo della postfazione a questa interessante raccolta. Sulla base
della constatazione che i movimenti nonviolenti, o più genericamente pacifisti,
soffrono di varie «fragilità» («esistenziale», «organizzativa» e metodologica)
(pp. 111- 113), l’autore riprende e rilancia le indicazioni operative di don
Tonino Bello: «denuncia, annuncio, rinuncia» (p. 113).
Il volume, sino a questa post-fazione, si è srotolato su un registro “laico” (nell’accezione più bella di una qualità universale, pre-confessionale e pre-ideologica). Ma ai lettori più o meno interessati alla prospettiva evangelica viene offerto un «saggio finale» di Fabrizio Mandreoli: Logiche della pace, della guerra e del potere: appunti per una rilettura dei vangeli (p. 117). Sulla scia di Ivan Illich, l’autore esamina i processi convergenti che hanno snaturato la portata originariamente rivoluzionaria dell’ «amore» incarnato da Gesù di Nazareth, consentendo alle Chiese (la cattolica in primis) di agire comportamenti contraddittori rispetto alla postura del primo Modello. La conclusione, più o meno esplicita, la sintetizzerei così: la via del vangelo, come più in generale la nonviolenza di cui è una declinazione possibile, ha qualcosa di «folle» che provoca «turbamento» e «timore». Onestà vuole che la si respinga o che comunque la si dichiari inassimilabile al proprio modo di vedere e di vivere, non che si dichiari a parole di condividerla mentre, in realtà, la si modifica sostanzialmente sino a trasformarla nella parodia di sé stessa.
Augusto
Cavadi
“Adista/
Segni Nuovi”
4.7.2026
Il 21 settembre del 1990, a pochi giorni dal compimento dei 42 anni, Rosario Livatino è stato trucidato da killer mafiosi mentre si spostava da casa al Tribunale di Agrigento. Nel trentacinquesimo anniversario del suo assassinio è stato organizzato ad Agrigento un convegno di cui Angelo Chillura (presbitero da decenni impegnato a denunziare ogni contaminazione fra mondo ecclesiale e criminalità) ha curato gli Atti: Il profumo dell’onestà. Il beato Rosario Angelo Livatino: un uomo cristianamente realizzato, Biblioteca Lucchesiana, Agrigento 2026, pp. 76, euro 10,00.
Nel
primo contributo Alessandro Damiano, arcivescovo di Agrigento, spiega perché al
caso del giudice siciliano («un magistrato normalissimo che ha svolto
straordinariamente bene il suo lavoro») si possa applicare perfettamente la
tesi del cardinal José Tolentino Mendonça: «Il peccato è la banalità del male. La santità è la
normalità del bene» (p. 19).
Nel
secondo intervento Vincenzo Bertolone, già vescovo di Catanzaro-Squillace, si è
soffermato sulla metafora del “profumo” che, come la santità autentica, evoca
“sacrificio”, ma anche “amore” (Maria che unge i piedi di Gesù in Giovanni,
12). Agganciandosi a 2Corinti 2,14-16 l’autore spiega perché «per i
mafiosi, Livatino era “odore di morte”, ma per i giusti era “odore di vita”. La
sua onestà diceva: “Un altro mondo è possibile. Si può vivere diversamente. Si
può servire lo Stato senza servirsi dello Stato”» (p. 27).
Nessuno
viene ucciso dalle mafie se, prima, i suoi colleghi di lavoro non lo isolano
additandolo come testardo, intransigente, presuntuoso. La regola – secondo
l’ampia e articolata testimonianza in prima persona del giudice Luigi D’Angelo,
autore della terza e ultima relazione del convegno – ha trovato ennesima
conferma nel caso di Livatino: alcuni «magistrati della Corte di Cassazione che
si accingeva a trattare il giudizio di legittimità» su un processo per reati
mafiosi istituito anche da Livatino, invitati a parlare ad Agrigento, non
esitarono, in due diverse occasioni pubbliche, «a criticare con acredine
l’attività di giovani colleghi», «a stigmatizzare l’operato di alcuni
magistrati» ed «al contempo ad esaltare la figura di altri» (p. 64).
Uno dei fili rossi che attraversano le tre relazioni è senz’altro, come scrive nella Introduzione don Angelo Chillura, «la dignità della coscienza» che inserisce Rosario Livatino in una lunga scia di personaggi (noti e meno noti) che «per la fedeltà alla coscienza hanno pagato con la vita»: Tommaso Becket, Tommaso Moro, J. Henry Newman, don Pino Puglisi (pp. 13 – 15). E mi è sembrato intelligente da parte dell’autore aggiungere, alla lista, il nome di un nostro contemporaneo, Nino Miceli, che, come gli illustri predecessori, ha voluto opporsi al male per fedeltà ai propri principi etici, denunziando gli estortori mafiosi, ma sopravvivendo vittorioso alla loro condanna giudiziaria (il racconto autobiografico di questa storia in E tu sai chi sono io?, Di Girolamo, Trapani 2025).
Augusto
Cavadi
“Adista/notizie”,
n. 23 del 20.6.2026
DOVE PULSA LA SPIRITUALITA’ AUTENTICA ?
Quando si gira un film, come quando si
scrive un libro, ci si può proporre di confezionare un prodotto “perfetto”
e di trasmettere allo spettatore, o al
lettore, un messaggio che ci sta a cuore. In sé, i due obiettivi non sono certo
incompatibili e i classici sono forse identificabili così: propongono, in forma
vicino alla perfezione, un messaggio potenzialmente universale. In concreto,
però, almeno nell’intenzione dell’autore, si mira principalmente o al valore intrinseco
dell’opera o (altrettanto legittimamente) al significato che s’intende
veicolare e diffondere. Un film come Sacro moderno (2021), di Lorenzo
Pallotta (attualmente visionabile anche su www.raiplay.it ), girato con una
cifra stilistica che mi ha ricordato Tarkovskij, Olmi e certo Pasolini, mi pare
riveli la predilezione del regista per la ricerca della bellezza artistica
rispetto alla sua fruibilità da parte del pubblico: con il risultato – se vedo
bene – di indurre troppi spettatori ad autoescludersi dopo i primi dieci o
quindici minuti dalla visione di una pellicola davvero originale e intrigante
(tanto per la forma quanto per il contenuto).
La trama, talmente essenziale da apparire
povera, è facilmente riassumibile: in un paesino abruzzese in via di
spopolamento resistono antiche tradizioni religiose (processioni, feste,
banchetti pasquali) di cui i pochi protagonisti lamentano la lenta, ma
inesorabile, estinzione. La retorica dei “tempi che furono”, non priva di
riferimenti teologici oggi insopportabili (un coro iniziale di povera gente,
sobria e mite, si confessa come responsabile dei peggiori peccati
dell’umanità), indurrebbe a dolersi per il tramonto di quell’orizzonte
devozionale: ma fu vera gloria?
La risposta è in un gesto apparentemente banale, di routine, che nel contesto appare lancinante: proprio in omaggio a quella religiosità tradizionale si ruba a un pastore-eremita la pecorella da lui allevata come una bambina e la si fa arrostire per rispettare le consuetudini alimentari della pasqua. La domanda che emerge silenziosamente imperiosa è ovvia: è più “sacra” una civiltà nella quale si sacrificano a un Dio implacabile la propria voglia di riscatto, di affrontare l’ignoto, di provare a gioire e (antropocentricamente) le vite di tanti innocenti animali oppure una civiltà, come si va prefigurando in alcune pieghe della società attuale, in cui si abbandonano miti e riti antichi ma si scopre la connessione con la natura nel suo complesso e la fraternità ontologica con tutti gli altri esseri senzienti? C’è più spiritualità nell’insensibilità con cui si uccidono e consumano gli animali indifesi o nella capacità di relazionarsi affettivamente ad essi e nel conseguente desiderio di prendersene cura, rivedendo criticamente usi e costumi ritenuti immutabili solo perché secolari?
Augusto Cavadi
Qui di seguito il link alla versione originale:
https://www.zerozeronews.it/dove-pulsa-lautentica-spiritualita/
I siciliani, non meno dei visitatori che in questi anni si moltiplicano, vanno riscoprendo il valore del benessere. L’occasione, in sé preziosa, va però preservata dalla banalizzazione consumistica. Il benessere autentico non si acquista, ma lo si conquista quando si fa prevalere la ricerca del “ben-essere” sul “ben-avere”. Il che significa molte cose, ma innanzitutto che l’otium (la quiete meditativa, la contemplazione del bello, il sereno conversare amicale) non è, secondo lo stigma dell’etica capitalistica, il “padre dei vizi”, bensì ciò che dà senso alla vita. La sua negazione, il neg-otium (la produzione, il commercio, l’affare) è attività necessaria: ma solo come mezzo per raggiungere il fine.
“Il
Gattopardo/Sicilia”
Aprile
2026