giovedì 1 gennaio 2026

“ABBASSO TUTTE LE GUERRE”: ATTUALITA’ DEL GRIDO DI UN CURATO DI CAMPAGNA

 Il 12 febbraio del 1965 i cappellani militari in congedo della Toscana pubblicano su “La Nazione” di Firenze un comunicato nel quale «considerano un insulto alla Patria e ai suoi caduti la cosiddetta ‘obiezione di coscienza’ che, estranea la comandamento cristiano dell’amore, è espressione di viltà» (il testo integrale in L. Milani, Abbasso tutte le guerre. Lettera ai giudici. Lettera ai cappellani militari, edizione critica a cura di S. Tanzarella, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2025, p. 57). Dall’esilio del borgo di Barbiana, sul Mugello, un loro confratello, il parroco don Lorenzo Milani, reagisce con una lettera molto ferma: «Avete insultato dei cittadini che noi e molti altri ammiriamo» usando, «con estrema leggerezza e senza chiarirne la portata, vocaboli che sono più grandi di voi» (ivi, p. 62: il testo integrale della lettera alle pp. 59 - 75). La reazione del prete, già emarginato dalla sua stessa Chiesa, scatena l’inferno: piovono da ogni parte lettere anonime di ingiurie e di minacce (del tenore: «Non illuderti caro mio che quello straccio che porti come vesta ti possa salvare corri piccolo verme schifoso, verrà anche per te l’ora che pagherai l’insulto a tutti i combattenti. Per tutto il male che fai agli ex combattenti ti sputo in bocca maiale d’un prete», p. 154). Tra l’altro un gruppo di persone (militari e civili) sporge, al Procuratore della Repubblica di Firenze, “formale denuncia” contro l’autore della lettera e contro Luca Pavolini, direttore della rivista “Rinascita” che l’aveva ospitata (ivi, pp. 77 – 82). La magistratura procede e don Milani è convocato in tribunale a Roma, ma le gravissime ragioni di salute che lo porteranno in breve tempo alla morte gli impediscono di spostarsi sino alla capitale. Allora l’imputato invia ai giudici una lettera nella duplice qualità «di maestro e di sacerdote» in cui spiega di aver avvertito il dovere morale di scrivere la precedente Lettera ai cappellani militari per insegnare ai suoi alunni «come il cittadino reagisce all’ingiustizia. Come ha libertà di parola e di stampa. Come il cristiano reagisce anche al sacerdote e perfino al vescovo che erra. Come ognuno deve sentirsi responsabile di tutto»; «che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene fare scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio»; «che se un ufficiale darà loro ordini da paranoico hanno solo il dovere di legarlo ben stretto e portarlo in una casa di cura» (il testo completo della Lettera ai giudici alle pp. 83 – 118).

Si intuisce da questi brevissimi cenni che rileggere queste pagine di don Milani oggi è estremamente illuminante, soprattutto in questa nuovissima edizione critica che Sergio Tanzarella ha arricchito con una documentata, splendida Introduzione (pp. 11 – 52), con una Cronologia dei fatti relativi alle due lettere (pp. 53 – 56) e con un corposo saggio storiografico finale, Reato estinto per morte del reo. Don Milani e il suo insegnamento a processo (pp. 121 – 216). Il volume, istruttivo per lettori di ogni età e grado di istruzione, è stato curato da Sergio Tanzarella (già docente di italiano per oltre venti anni a migranti e direttore dell’Istituto di Storia del cristianesimo della Facoltà teologica dell’Italia Meridionale di Napoli) con un occhio privilegiato a ogni luogo deputato all’educazione delle nuove generazioni perché «la scuola non ha bisogno di ulteriori menzogne sulla storia e sulle guerre e nemmeno di acritica esaltazione di armi e di ubbidienza militare, ha invece necessità della testimonianza dei nonviolenti come Lorenzo Milani che risalendo controcorrente la storia nazionale, in nome della retta coscienza, ne ha smascherato crimini, eccidi e cieche ubbidienze» (p. 216).

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

Il link all'originale:https://www.pressenza.com/it/2026/01/abbasso-tutte-le-guerre-attualita-del-grido-di-un-curato-di-campagna/


lunedì 29 dicembre 2025

NON C’E’ CONSENSO AUTENTICO SENZA LIBERTA’ DI DISSENSO

E’ raro che una persona non si trovi mai a dover governare qualcosa nella sua vita: una scuola o un’azienda, un piccolo comune di provincia o un’intera regione. O almeno, in coppia o da sola, la sua famiglia. Governare, dirigere, amministrare sono tutte azioni impossibili senza un discreto livello di cooperazione da parte dei governati. Anche nel caso che ci sia un plesso normativo organico e comprensibile (ad esempio una Costituzione o un regolamento di condominio), si tratta di una condizione necessaria ma non sufficiente: nessuna legge basta da sola senza il convincimento interiore di chi la dovrebbe rispettare (fosse pure il convincimento minimo che obbedire sia più conveniente che disobbedire, esponendosi al rischio di sanzioni). Ciò spiega perché ogni politica – nel macro e nel micro – è arte di ottenere e mantenere il consenso.

Come insegna la storia ci sono molti metodi a tal fine. Nei regimi più o meno autocratici o totalitari ci si serve del terrore e del monopolio dell’informazione, nei regimi più o meno democratici  dell’abilità oratoria e  dell’esemplarità (almeno apparente) dei propri comportamenti pubblici. Se le differenze si limitassero a queste strategie sarebbe abbastanza facile distinguere il consenso puramente numerico  (di solito maggiore nei regimi autoritari) dal consenso eticamente qualificato (di solito migliore nei regimi non-autoritari). Ma nel concreto della storia i confini sono molto labili perché i regimi di ogni genere ricorrono, in maniera sfacciata o ipocrita, a metodi identici: la propaganda, l’indottrinamento, la corruzione, la demagogia, l’invenzione di un capro espiatorio interno o di un nemico esterno.

 

Il consenso drogato in ‘democratura’

Ma allora non tutto ciò che chiamiamo consenso lo è autenticamente. Mi pare di trovare una conferma di questa mia diagnosi un po’ naif in quanto scriveva dieci anni fa Roberta De Monticelli. A suo parere, “almeno idealmente”, “nelle società democratiche”

 

“la distribuzione del potere che dà efficacia alle istituzioni, in particolare a quelle politiche, si fonda sul consenso libero, personale ed esplicito degli individui. E tuttavia resta vero non solo nel novanta per cento della storia delle civiltà umane, ma anche in grandissima parte della vita delle moderne società democratiche, che la distribuzione del potere non si fonda veramente su un consenso esplicito, ma su un semplice riconoscimento (che non ha necessariamente il carattere di un’approvazione, ma nella maggior parte dei casi di una semplice accettazione – o per amore o per forza”)[1].

 

Si potrebbe affermare che nella sfera politica si riproducono, ingigantiti, fenomeni di distorsione del consenso frequenti nei rapporti inter-individuali: un corpo elettorale sceglie una maggioranza di governo con la stessa libertà interiore con cui una ragazza drogata accetta di fare sesso con chi le ha offerto il “cocktail dello stupro” o con la stessa lucidità mentale con cui un paziente in gravi condizioni di sofferenza sottoscrive, sulla soglia della sala operatoria, una dichiarazione di “consenso informato” circa i possibili rischi di morte a cui sarà esposto.

Se questa rappresentazione è realistica c’è davvero da preoccuparsi, forse da disperarsi. Che ne è della dignità personale? E che speranze per un futuro meno orribile del presente che abitiamo impotenti? Come è stato abbondantemente denunziato negli ultimi anni, soprattutto mediante il web e, più specificatamente, i social media, anche le elezioni formalmente più libere in effetti lo sono assai poco. La dittatura resta  dittatura, ma la democrazia degrada inesorabilmente a ‘democratura’.

Cosa si intende con questo neologismo (attribuito da alcuni a Eduardo Galeano, da altri a Predrag Matvejević) che fonde, ossimoricamente, i termini ‘democrazia’ e ‘dittatura’?  L’edizione italiana di wikipedia risponde: “un regime politico sostanzialmente autoritario che però mantiene, anche se solo formalmente, le apparenze di una democrazia. Chi usa il termine vuole polemizzare contro la presunta mancanza di coscienza democratica in uno Stato in cui, pur in presenza di elementi teoricamente cardine della democrazia come libere elezioni e multipartitismo, sussistono aspetti concreti che lo rendono di fatto assimilabile a un regime autoritario” perché “tutti i partiti assumono più o meno le stesse posizioni” (come ad esempio negli USA il Partito democratico e il Partito repubblicano) e “il governo dipende completamente da un solo partito”, o da una ristretta coalizione di partiti omogenei,  che può quindi far valere unilateralmente tutto il proprio programma”, deridendo ogni critica e ogni proposta migliorativa che provenga dalla minoranza parlamentare. Con il risultato che “l'intero parlamento è passivamente allineato a un governo essenzialmente autoritario” o per sudditanza voluta o per impotenza subita.  

 

La fatica della cittadinanza maggiorenne

In questo scenario mondiale diventa davvero faticoso esercitare una cittadinanza maggiorenne. Innanzitutto c’è da conoscere le disposizioni – normative o esecutive – di chi ha titolo per emetterle, dalla Commissione europea al primario dell’ospedale. E già questo implica non solo procurarsi le informazioni necessarie e scartare le numerose superflue, ma decifrarle: per imperizia o per calcolo, infatti, esse vengono redatte in burocratese in modo che non tutti intendano subito e, quanti intendono, non siano certi d’interpretare secondo l’intenzione originaria dell’estensore.

Il secondo passo è valutare il contenuto decifrato: esercitare il giudizio, la critica, per separare le norme meritevoli di consenso (perché conformi ad esempio alla Costituzione repubblicana) dalle norme opinabili o addirittura eticamente inaccettabili.

L’assenso intellettuale a disposizioni ragionevoli comporta, di per sé, un terzo passaggio: l’obbedienza pratica ad esse. Il che non è sempre agevole, talora addirittura eroico: troppe consuetudini, troppi interessi privati, troppa vigliaccheria caratteriale o acquisita possono indurci al “video meliora  proboque, deteriora sequor” di ovidiana memoria. 

Non meno gravoso un quarto passaggio: il dissenso – teorico e pratico – rispetto a ordini ingiusti. Il grado di democrazia reale in uno Stato o in un’organizzazione di qualsiasi genere si misura dallo spazio di manovra di chi dissente argomentativamente dall’autorità legittima. Anche là dove la disobbedienza civile non viene stroncata violentemente, essa ha un costo in termini di disapprovazione sociale: è il prezzo che hanno pagato i protagonisti dell’evoluzione umana da Socrate a Ipazia, da Gesù a  Mansur al-Hallaj, da Giordano Bruno a Rosa Luxemburg, da Gandhi a Martin Luther King.

Il dissenso, per quanto ammirevole quando fondato su solide ragioni teoretiche e morali, non segna il culmine della cittadinanza adulta e pro-attiva.  Se accetto il carcere perché rifiuto la coscrizione al servizio militare, la mia obiezione di coscienza è degna di lode, ma acquisisce per intero senso se apre il dibattito pubblico sull’obbligatorietà della leva e sulla necessità che la legislazione si modifichi riconoscendo ai cittadini il diritto di servire la Patria anche in modalità nonviolente. Se, insomma, è un’azione politica. Il criminale di rango socio-economico e il pioniere delle “utopie concrete” sono accomunati dalla medesima prospettiva: dissentire dallo ius conditum e attivarsi affinché, modificata la legge secondo i propri intenti, mediante i meccanismi consentiti di volta in volta dai regimi in vigore, le si possa prestare il proprio consenso.

Insomma: non c’è legittimo dovere di consenso senza legittimo diritto al dissenso, ma, almeno in linea di principio, il diritto al dissenso mira al consenso verso una nuova legislazione (che rappresenti, hegelianamente, l’inveramento-superamento  della norma iniziale e della contestazione della stessa).

  La tematica del consenso – che implica dialetticamente il tema del dissenso – squaderna, dunque, prospettive entusiasmanti sull’agire politico: che, ridotto con rare eccezioni a ring fra modesti cialtroni, potrebbe diventare (come è stato nei momenti più alti della storia) l’impegno appassionato per una società in cui, consentendo a regole stabilite all’unanimità o almeno a maggioranza, in fondo in fondo ciascuno e ciascuna consente alla propria ragionevolezza. Dunque al bene comune. Dunque al proprio più vero e lungimirante interesse.

Augusto Cavadi

“Nuove frontiere della scuola”, luglio 2025, n. 68



[1] R. De Monticelli, Al di qua del bene e del male. Per una teoria dei valori, Einaudi, Torino 2015, p. 6.


domenica 21 dicembre 2025

CHI CI LIBERERA' DALL'INCANTESIMO DEL "PENSIERO UNICO"? MAURIZIO PALLANTE DICE LA SUA

 

Con la tenacia dell’apostolo, tanto più attivo quanto meno ascoltato,Maurizio Pallante ha dato alle stampe l’ennesimo volume: Liberi dal pensiero unico. La rivoluzione culturale della spiritualità (Lindau,Torino 2024, pp. 131, euro 12,00). In queste pagine egli ribadisce i temi che nei decenni lo hanno reso l’esponente italiano più noto della “decrescita felice”: più noto, ma fuori dai circuiti mediatici televisivi e radiofonici. E si intuisce facilmente la ragione di questa conventio ad excludendum: chi invita a disertare il consumismo offre il petto al complesso industriale-commerciale egemone; se poi aggiunge che il mito della crescita illimitata (fondato sulla falsa equazione progresso = sviluppo) è perseguito unanimemente da partiti di Destra, di Centro e di Sinistra si espone al fuoco incrociato (o peggio: alla damnatio memoriae) degli schieramenti politici che si alternano al governo e all’opposizione parlamentare.

Della nutrita e nutriente lista delle sue indicazioni critiche e delle sue proposte costruttive vorrei qui limitarmi a evocare i passaggi che giustificano il sottotitolo: “Al contrario di quanto si crede, la dipendenza dal consumismo genera una frustrazione permanente, perché la continua immissione sul mercato di prodotti innovativi rende sempre più breve la soddisfazione offerta dall’atto di acquistare, mantenendone inalterato il richiamo. L’unica forza in grado di rompere questo incantesimo è la spiritualità” (p. 15).

Pallante invoca dunque un ritorno alla pratica religiosa confessionale-istituzionale (in calo progressivo) o, almeno, a una qualche forma di religiosità panteistica? No. O non necessariamente. Egli pensa a una spiritualità laica che si fonda sulla “capacità di cogliere la meraviglia racchiusa nell’ordinario della vita: in ogni fenomeno naturale, nei paesaggi, nelle stagioni; è la capacità di percepire i legami di reciproca interdipendenza che connettono la specie umana con tutte le altre specie animali e vegetali, d’immedesimarsi nella sofferenza e nella gioia di altri esseri viventi. La spiritualità fa perdere la cognizione dello spazio e del tempo ascoltando una sinfonia, incantandosi davanti a un quadro, leggendo una poesia, impegnandosi a capire che una scoperta scientifica, meditando, pregando se si ha una fede” (pp. 15 – 16).

Questa spiritualità basica, elementare, che si ritrova in persone atee, agnostiche e credenti in senso teologico, difetta però in troppe altre persone che si dicono atee, agnostiche e credenti: per questo, come ricorda l’autore citando Norberto Bobbio, il filosofo torinese sosteneva che “la differenza non è tra il credente e il non credente”, ma “tra chi prende sul serio” le questioni esistenziali ed etiche e chi non se ne preoccupa minimamente, “si accontenta di risposte facili” e gli “basta ripetere ciò che gli è stato detti fin da bambino” (pp. 43 – 44). Senza il gusto della moderazione, la sobrietà dei costumi, l’austerità nei consumi non è possibile una società socialista (lo ricordò forse troppo tardi Enrico Berlinguer) né tanto meno una società improntata allo spirito del Vangelo.

Pallante rilancia le avvertenze di Pier Paolo Pasolini alla Chiesa cattolica degli anni post-conciliari di Paolo VI (e che non hanno certo perso di attualità con Giovanni Paolo II e con Benedetto XVI): se essa si preoccupa di lingue liturgiche o di questioni sessuali, senza contrastare il “pensiero unico” che fa della “crescita della produzione di merci e dei consumi” “l’indicatore del benessere di un Paese” (p. 56) si condanna alla “propria liquidazione”. Essa potrebbe evitare di precipitare nella totale irrilevanza sociologica a cui sembra irreversibilmente destinata se si auto-costituisse come “la guida grandiosa, ma non autoritaria, di tutti coloro che rifiutano (e parla un marxista, proprio in quanto marxista) il nuovo potere consumistico che è completamente irreligioso; totalitario; violento; falsamente tollerante, anzi, più repressivo che mai; corruttore; degradante. […] E’ questo rifiuto che potrebbe dunque simboleggiare la Chiesa: ritornando alle origini, cioè all’opposizione e alla rivolta” (p. 57). Che vediamo, invece, nel modo di pensare e di vivere dei vertici vaticani? Quale attenzione a evitare i consumi superflui, lo spreco del cibo a tavola e dell’acqua potabile nelle docce, il dispendio dell’energia elettrica nelle curie vescovili, nei seminari, nei conventi femminili, nelle scuole cattoliche, nei sinodi e nei mega-convegni internazionali di teologia, nella quotidianità delle famiglie vicine alle parrocchie? Vegetariani e vegani (addolorati per le stragi natalizie e pasquali di agnellini e di ogni altro esserino vivente indifeso) sono minoranze trascurabili trattate con un misto di curiosità per l’esotico e di commiserazione per l’idealismo fuori dalla storia. I preti – specie i più giovani - sono di solito tra i primi nel proprio ambiente ad acquistare l’ultimo modello di automobile o di cellulare né devono minimamente giustificarsi agli occhi dei fedeli che ne condividono totalmente la filosofia edonistica: anzi, così dimostrano di essere al passo coi tempi e in sintonia con la mentalità dei laici di cui si curano pastoralmente.

Augusto Cavadi

* Per la versione originaria ciccare qui: https://www.adista.it/articolo/75001



sabato 20 dicembre 2025

GESU’ DI NAZARET PUO’ ESSERE ANCORA ACCOLTO COME DONO DIVINO?

Con queste riflessioni, cortesemente richiestemi dall'agenzia di stampa "Adista" per la rubrica "Fuori tempio",  chiudo il ciclo dell'Avvento 2025. E' anche il mio sobrio grazie agli amici e alle amiche che in questi giorni mi indirizzano i loro auguri.

Quarta domenica di avvento (21.12.2025): Mt 1,18-24

Gli uomini decisivi per la storia dell’umanità, da Buddha ad Alessandro Magno, sono stati biologicamente concepiti come ogni altro essere umano. Ma anche la loro identità profonda, inscindibile dalla missione cui si sono totalmente consacrati, può essere considerata come prodotta da meccanismi fisiologici? O non è piuttosto il frutto di un progetto divino che si serve delle leggi naturali per perseguire obiettivi trascendenti? Nelle civiltà antiche non c’era dubbio: il parto di ogni personalità straordinaria doveva essere preceduto, accompagnato e seguito da modalità straordinarie (sogni, visioni, avvenimenti insoliti).  Per i suoi discepoli Gesù Cristo non fa eccezione: “sua madre Maria si trovò incinta per opera dello Spirito Santo”, dunque per un intervento specifico dello stesso Soffio vivificante. E Giuseppe suo sposo accetta docilmente di essere padre di un figlio suo e non-suo, come in fondo sono tutti i figli del mondo.

L’esportazione di questo midrash delizioso dall’ambiente originario ebraico al mondo greco-latino si è rivelata disastrosa: una pia leggenda costruita a scopo catechetico, che nessuno dei lettori contemporanei di Matteo avrebbe preso alla lettera, è diventata un resoconto cronachistico. Così l’ascoltatore del V secolo o del X o del XXI  (educato al rigore logico della filosofia, delle scienze, della storiografia) è posto davanti a un bivio: o credere in vicende inattendibili dal punto di vista fisiologico, anzi ginecologico, o prendere atto della propria mancanza di fede. Un dilemma che, se non fosse ridicolo, sarebbe tragico: imposto da autorità ecclesiastiche prigioniere di categorie culturali di cui sono state portatrici inconsapevoli e incolpevoli, almeno sino a quando la fioritura delle scienze bibliche (soprattutto negli ultimi due secoli) avrebbe potuto far cadere la loro benda dagli occhi. Infatti, a quel punto, invece di ascoltare con docilità intellettuale le argomentazioni dei filologi, degli esegeti, degli studiosi di letterature antiche comparate…hanno preferito far quadrato in difesa di una fantomatica ‘ortodossia’ e (soprattutto nella Chiesa cattolica, ma anche in tante altre Chiese ‘evangelicali’ di orientamento fondamentalista) soffocare con condanne e scomuniche i progressi più convincenti nella comprensione dei testi biblici. Così la questione essenziale – “Che messaggio, al di là delle forme letterarie, intendevano proporre gli evangelisti nei racconti della nascita e dell’infanzia di Gesù?” – è rimasta  inesplorata (se si eccettuano alcuni pionieri coraggiosi come Ortensio da Spinetoli).

Oggi sappiamo che, attraverso un linguaggio poetico, Matteo voleva esprimere la convinzione che Gesù fosse stato un Emanuele, un “Dio-con-noi”. Ma da allora gli scenari intellettuali sono mutati radicalmente: che può significare, al di là delle formule arcaiche, che Gesù è stato per l’umanità un Dono divino? E’ credibile che il Principio originario di un universo in continua espansione da miliardi di anni si sia “incarnato” (qualsiasi cosa significhi questo verbo) in uno dei miliardi di esemplari di quella specie animale (auto-definitasi senza ironia Homo sapiens) apparsa in uno dei miliardi di corpi celesti di cui abbiamo contezza? Sono domande vertiginose che solo a costo di rinunziare all’intelligenza possiamo auto-censurarci.

Forse alla nostra generazione è toccato in sorte di vivere in un’epoca di transizione in cui (per riprendere un’efficace metafora di Heidegger) i vecchi dei sono scomparsi e i nuovi non sono ancora arrivati. In questa fase possiamo aggrapparci, come a una zattera, a poche certezze. Tra queste che il Mistero che ci sostiene e ci avvolge va onorato con un devoto apofatismo (Tibi silentium laus) e che il resto del mondo attorno a noi (esseri umani, animali, vegetali, minerali) va abbracciato con tenerezza e cura. Come ha testimoniato – tra molte altre persone celebri e meno note – Gesù di Nazareth, così dimostrando d’essere anche lui figlio di una donna, di un maschio e, in radice, di Dio stesso.

Augusto Cavadi

* La versione originaria qui: https://www.adista.it/articolo/74833

Adista/Notizie n. 41 del 22.11.2025

giovedì 18 dicembre 2025

"LETTERE A UN BAMBINO POI NATO": MARIA D'ASARO A CINQUANT'ANNI DAL VOLUME DI ORIANA FALLACI

 

Esattamente mezzo secolo fa, nel 1975, Oriana Fallaci pubblicava uno dei suoi libri più noti e apprezzati: Lettere a un bambino mai nato. La giornalista e scrittrice è ancora lontana dalle opere polemiche in cui – come in Inshallah del 1990 – proverà a dare risposte sbagliate a questioni vere come le immigrazioni di persone provenienti da aree islamiche. Nelle Lettere, come rivelato nel 2015 dal nipote, erede dell'autrice, la Fallaci – dolorosamente memore di alcuni aborti spontanei che non le consentiranno di diventare mai madre – si interroga sul senso del mettere al mondo un figlio: in generale e, in particolare, in un mondo tanto ingiusto come l’attuale.

I grandi libri ne inspirano – più o meno esplicitamente – altri: Lettere a un bambino poi nato (Diogene Multimedia, Bologna 2025) di Maria D’Asaro ne è un esempio luminoso. Tanto più apprezzabile in quanto non è certo un’esercitazione letteraria, ma una vera e propria ricreazione: è un’opera che, pur se intesa dall’autrice come omaggio alla Fallaci, se e distacca nei toni e nei contenuti. Nei toni perché ci sono pagine leggere (come quelle dedicate alle “diciotto tipologie dei Pokemon” e ad altri giochi infantili) che spezzano la tensione narrativa drammatica delle pagine fallaciane; nei contenuti perché si rivolgono a un bambino che alla fine viene alla luce. Uno dei motivi di interesse per me – lettore due volte differente da Maria D’Asaro perché maschio e perché non genitore biologico – è che l’happy end (se così vogliamo considerare la nascita del neonato) non cancella né la memoria dei dubbi pre-natali né le preoccupazioni per l’avvenire del figlio in un contesto storico che, rispetto a dieci lustri fa, è peggiorato disastrosamente. Davvero, come scrive la Szymborska in una lirica che viene qui riportata a mo’ di lunga epigrafe, “alla nascita d’un bimbo/il mondo non è mai pronto”: troppo affollato di liti, tradimenti, guerre, vendette…

Alla luce della nascita del bimbo si ricava  che l’autrice-madre  non concorda con la corrente filosofica degli anti-natalisti che ai nostri giorni sviluppano con argomenti aggiornati la tesi di antichi saggi come il Sileno che (anche secondo Nietzsche), alla domanda del re Mida su cosa sia la cosa migliore per l’umanità, avrebbe risposto: “Non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore, per te, è morire presto”.

Se questa conclusione anti-natalista non è necessaria, ed è anzi opinabile, i dubbi e le preoccupazioni di Maria D’Asaro (che pure, a un certo punto del racconto, “incappata nella tagliola del dolore”, si chiede: “Ma perché soffrire così tanto? Non era meglio non nascere?”) conducono però a una conclusione necessaria e, a mio avviso, per nulla opinabile: che la procreazione di una nuova vita dev’essere davvero responsabile. A un figlio che chieda – verbalmente o silenziosamente –perché sia stato messo al mondo e così esposto a fatiche e angosce mai minori rispetto alle gioie, i genitori devono essere in grado di “rispondere” (verbo da cui deriva, appunto,  l’aggettivo “responsabile”): non solo teoreticamente, se hanno delle motivazioni chiare già a sé stessi, ma anche e soprattutto praticamente. Devono essere in grado, cioè, di tenerlo per mano sino a quando non sarà in grado di camminare da solo e di accoglierlo ogni qual volta, anche dopo che ha intrapreso i sentieri più rischiosi e meno raccomandabili, tornerà a casa bisognoso di protezione dalle intemperie della storia. Insomma: chi non è disposto a riprodurre la folle magnanimità del padre del figliol prodigo del vangelo è bene che si astenga dal generare.

Il libro si chiude con una poetica, suggestiva citazione dalla Fallaci: “A cosa serve volare come un gabbiano dentro l’azzurro se non si generano altri gabbiani che ne generano altri ancora ed ancora per volare dentro l’azzurro? A cosa serve giocare come bambini se on si generano altri bambini che ne genereranno altri ancora per giocare e divertirsi?”. D’Asaro sembra, non senza esitazione, condividere. A qualcun altro, come me, sia pur con altrettanta esitazione, non riesce invece di condividere. Il senso della riproduzione della vita, da una generazione all’altra, non può essere la riproduzione stessa, così come la replica della stessa domanda per infinite volte non costituisce una risposta convincente. Anche se nel dibattito pubblico tendiamo a dimenticarcene, la Terra è troppo piccola per sopportare una moltiplicazione continua di abitanti: è evidente che la crescita quantitativa illimitata di esseri umani (approvata da alcune grandi religioni come il cattolicesimo o l’islam) non può essere considerata di per sé un valore. Forse una qualche forma di moratoria (se non totale, almeno parziale) s’impone. Tanto più se è vero, come ha scritto André Malraux, che siamo la prima generazione arrivata sulla Luna, ma anche la prima a non trovare più una ragione per vivere sulla Terra.

Augusto Cavadi

Versione originaria qui:

https://www.girodivite.it/Lettere-a-un-bambino-poi-nato.html