Nell’accezione corrente il termine “laico” suggerisce un’antitesi, un’opposizione a “cristiano” o più ampiamente a “religioso”. In questo senso polemico, Ortensio da Spinetoli non è stato un “laico” perché – entrato nell’Ordine dei Frati minori Cappuccini, in cui ha ricevuto anche la consacrazione presbiterale – vi è rimasto formalmente sino alla morte, avvenuta nel 2015 quando era novantenne, nonostante da molto tempo vivesse ormai fuori dai conventi presso una modesta famiglia di Recanati che lo aveva accolto fraternamente.
Ma
c’è un altro significato di “laico” che prescinde dalla dialettica oppositiva,
polemica, con ciò che à “sacro” o “santo” ed è invece definito da una
costellazione di qualità positive: la sincera ricerca della verità, la libertà
da pregiudizi e dogmatismi, il coraggio di criticare qualsiasi teoria (anche se
la si è condivisa sin dalla nascita), la pazienza di convivere con il dubbio su
tutto ciò che non s’impone con evidenza, il rispetto per chiunque esprima idee
diverse dalla propria, l’amore per le bellezze naturali e artistiche…In questa
seconda accezione Ortensio da Spinetoli è stato sinceramente e profondamente
“laico”.
Ciò
gli fa onore e spiega la varietà delle persone con cui è stato in relazione
durante la vita: credenti, agnostici, atei di ogni strato sociale, professione
o mestiere. Molti sono stati e sono i preti, i frati, le suore che – per
un’inclinazione intuitiva – hanno testimoniato simili aperture. Ciò che caratterizza
la figura di Ortensio è che egli non si è limitato a testimoniare
soggettivamente che si può essere “laici” e “cristiani”, ma ha anche offerto le
giustificazioni teologiche di questa postura esistenziale. Da studioso
competente ha dimostrato come una lettura scientificamente attrezzata dei
vangeli rende non solo legittimo, ma addirittura inevitabile vivere la fede
laicamente. “Laicità credente” o, se si preferisce, “fede laica” non sono
ossimori: dimensione “laica” e dimensione “religiosa” si possono, anzi si devono,
coniugare in sé stessi perché sono state incarnate già nella persona di Gesù di
Nazaret – quale almeno ci è possibile conoscere nelle pagine del Secondo
Testamento.
Ridimensionare
il cristianesimo
Se
essere cristiani significasse accettare l’interpretazione di Gesù Cristo
proclamata come unica “ortodossa” dal Primo Concilio di Nicea (325) ad oggi,
con il successivo sviluppo dogmatico sino alla dottrina dell’infallibilità
papale (1870), il cristiano non potrebbe dirsi davvero “laico”. Senza suo
merito, egli avrebbe ricevuto in dono un patrimonio di verità soprannaturali e
naturali da Dio stesso (più precisamente dalla Seconda Persona della divina
Trinità presente e agente in Gesù di Nazareth) che sarebbero state trasmesse,
di generazione in generazione, da un’Istituzione (la Chiesa cattolica)
costantemente assistita dallo Spirito Santo (la Terza persona della divina
Trinità): con questo pedigree che senso avrebbe per un cristiano vivere
continuamente
nel
dubbio, nella ricerca, nell’inquietudine? Come potrebbe davvero ritenersi sullo
stesso piano dell’interlocutore con cui dialoga, disposto a cambiare idea su
questioni decisive (metafisiche e morali) in cui Dio stesso si sarebbe
pronunziato con parole interpretate in maniera autorevole dalla Chiesa da lui
voluta e fondata?
Ma,
appunto, sono questi presupposti che Ortensio da Spinetoli è costretto – da ciò
che va scoprendo studiando la Bibbia in comunione con ricercatori di tutto il
mondo e di ogni appartenenza confessionale – a rimettere radicalmente in
discussione:
“Il
ritorno a Cristo è il presupposto di qualsiasi rinnovamento ecclesiale, ma
Cristo non è la stessa cosa che la versione teologica che di lui ci hanno
lasciato gli evangelisti e che hanno ribadito, nel tempo, la predicazione e
l’insegnamento ufficiale” (O. da Spinetoli, Rifondare la Chiesa. Una follia
inevitabile, Il pozzo di Giacobbe, p. 22).
Prima
questione: Dio ha davvero “parlato” all’uomo?
Grazie
a Nietzsche e alla cultura occidentale dal Novecento a oggi siamo in grado di
capire che l’umanità si divide in due mega-categorie: chi pensa che l’universo
sia impregnato di un Senso assoluto (un Logos dicevano i Greci, un Tao dice
l’Oriente, una Logica, un Ordine per quanto nascosto) e chi pensa che ne sia
radicalmente privo (e dunque intrinsecamente Assurdo, Casuale, Opaco). La
tradizione biblico-cristiana si riconosce nella prima delle due schiere: “In
principio era il Verbo”, il “Pensiero”, la “Parola”. Questo principio luminoso
traspare nelle pieghe del mondo naturale come nei prodotti della riflessione
umana: ma al punto da potervi riconoscere una “rivelazione” chiara,
indiscutibile? Secondo Ortensio questo non si può asserire neppure per la
Bibbia:
“La «parola di Dio» è eterna (1 Pt 1,25), ma la
presentazione che ne fanno gli autori sacri è temporale e può farsi per questo
temporanea. (…) L’annuncio di Dio deve essere liberato da tutte le
ricostruzioni locali, ambientali (palestinesi o mediterranee), sempre
contingenti, caduche. (…) il patrimonio religioso biblico è al suo punto di
partenza divino, ma è frutto anche della riflessione, dell’elaborazione, della
formulazione umana. Tutte le affermazioni quali «Dio dice», «Dio ha detto»,
«parola di Dio» vanno ridimensionate secondo questa legge per ritrovare il
genuino contenuto soprannaturale della Bibbia. (…) Dio si è confuso col popolo
ebraico e l’ebraismo per farsi meglio conoscere, ma guai a ebraizzare Dio, ad
addebitargli cioè i sentimenti, gli atteggiamenti, le ire, le grettezze che i
suoi portaparola gli hanno attribuito. (…) La portata dei testi evangelici non
è diversa (…) poiché anche Gesù, in quanto profeta, è un uomo del suo tempo:
comprende, e annuncia, i segreti di Dio, il mistero del Padre e del piano
salvifico, con sussidi filosofici, linguistici e didattici del momento storico
in cui si effettua la sua predicazione, quindi sempre in modo imperfetto.(…) La
verità è sempre assoluta, la maniera in cui si presenta agli uomini è
sempre relativa. Le scelte di Cristo, riferite dai vangeli, non possono
per questo valere indiscriminatamente per tutte le generazioni. (…) Qualsiasi traduzione e attuazione storica della verità è
sempre condizionata, contingente, quindi relativa, provvisoria. (…) Le scoperte
e conquiste recenti, la chiarificazione dei rapporti interpersonali
(sociologia), la migliore comprensione delle esigenze e relazioni umane
(psicologia) consentono un’interpretazione e un’attuazione del messaggio di Dio
più profonde e più aggiornate di quanto sia stato possibile al tempo di Cristo.
(…) L’uomo non è un essere statico ma in costante evoluzione. Dalla sua origine
o infanzia sino al momento attuale egli ha rivelato un arricchimento continuo,
una costante ascesa; pensare che con Cristo abbia toccato la sua meta è – può
darsi – arbitrario, perlomeno non conforme alla marcia ascensionale compiuta in
precedenza. Chiudere il processo evolutivo è chiudere il corso della storia.
L’uomo del futuro, che potrà apparire tra mille, ma anche diecimila o ventimila
anni, difficilmente si riconoscerà nel suo attuale prototipo. A quest’essere
‘nuovo’, ancor più misterioso, che dovrà apparire, la ‘lettura’ della verità
divina avvenuta in un determinato, remoto contesto palestinese, potrà essere
presentata ancora come la versione adeguata, definitiva della medesima? E’
questo il senso ultimo della precarietà dell’annuncio neotestamentario” (La
conversione della Chiesa, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2023, pp. 92 – 95).
Seconda questione:
il messaggio di Dio è un supporto al nostro sapere?
La scoperta della
“provvisorietà” del messaggio divino anche nella storia ebraica ed evangelica
dovrebbe liberarci da ogni tentazione di fondamentalismo, dell’atteggiamento
mentale di chi ritiene di possedere tutta la verità (intera,
senza incompletezze), solo la verità (senza errori) e in
esclusiva (a differenza di tutti gli altri poveri mortali che ne
sarebbero privi). Ma – se restiamo sul piano conoscitivo – capire che non ci è
dato un sapere “ben rotondo” ci provocherebbe inevitabilmente un senso di
delusione, se non di smarrimento. In effetti nella prospettiva teoretica,
filosofica, greco-ellenistica la “verità” è oggetto dell’intelligenza e
zampilla dall’incontro del soggetto conoscente con la res, l’ente, la
cosa conosciuta. Su questo piano, il cristiano e il non-cristiano sono
esattamente sullo stesso piano: entrambi nuotano nel dubbio, lavorano
ricercando incessantemente, esposti alla confutazione delle opinioni altrui.
Entrambi sono “laici” nel senso di appartenenti allo stesso laos,
popolo: navigano sulla stessa barca, senza che uno dei due abbia garanzie
speciali o privilegi di sorta.
Non diversamente
stanno le cose se, sintonizzandoci con la prospettiva biblica, dove la “verità”
è qualcosa che si fa, più che vedersi: è un agire, un fare, un operare. “Il
rischio di rimanere nell’ambito dottrinale minaccia di compromettere il vero
senso della predicazione evangelica. Occorre demitizzare e deculturalizzare,
cogliere il vero messaggio di Dio per l’uomo moderno; ma ancora più importante
è applicarlo ai fatti, tradurlo per le situazioni nuove che si affacciano nel
cammino della storia. (…) Il vangelo è un messaggio, una parola, ma più ancora
un evento, un progetto di bene; se non modifica, non eleva, non perfeziona le
condizioni materiali, morali, oltre che spirituali dell’uomo, non è un
«annuncio di salvezza». Commentare la parola di Dio è ben poca cosa, se questa
non viene poi in aiuto alle necessità concrete, vitali dell’uomo” (La conversione,
p. 96).
Ortensio sa bene,
come molti di noi abbiamo sperimentato nella nostra esistenza, che a questo
punto scatta l’obiezione dei bravi cristiani “ortodossi”: ma come, volete
ridurre il vangelo a un’etica, anzi a una politica? Volete rinunziare alla
verticalità per appiattirvi sull’orizzontalità? La chiave della risposta non
può stare che nell’osservare che cosa ha detto e ha fatto il Gesù dei vangeli:
“Gesù si preoccupa di segnalare una nuova
teologia ma più ancora di dare una diversa impostazione ai rapporti umani. Il
suo compito è annunciare ma anche avviare l’instaurazione del “regno”. La
“buona notizia” che egli predica è un annuncio di liberazione totale, terrestre
prima che celeste, materiale oltre che spirituale. Gesù è un profeta, un
‘maestro di verità’, un dottore, ma soprattutto un amico, un alleato dell’uomo”
(La conversione, p. 97).
Forse si potrebbe dire ancora meglio: Gesù
annunzia una nuova “verità”, una nuova “dottrina”, che consiste nel rapportarsi
al mistero inconoscibile di Dio attraverso la carne tangibile dell’umanità.
Se è così, la
proposta evangelica è molto più “laica” di quanto solitamente non si sospetti:
è davvero rivolta a chiunque si senta parte di un laos, di un popolo, e
chi l’accoglie non si distingue per ciò che dice (“Signore, Signore!”), ma per
ciò che opera nel tessuto storico-sociale. “Se la parola di Dio non dissipa le
tenebre che si addensano sull’esistenza umana e non recide gli imbrogli che l’intersecano
non è messaggio salvifico. In tal caso, l’azione di determinati operatori o
imprenditori sociali, degli stessi rivoluzionari, si avvicina - può darsi – maggiormente
all’opera di Gesù e dei profeti, rispetto all’agire dei predicatori evangelici,
poiché i primi contribuiscono concretamente a portare avanti il piano di Dio
(la creazione e la salvezza), mentre i secondi offrono un aiuto solo apparente.
(…) Il più delle volte l’evangelizzazione si è limitata o accontentata di far
risuonare la parola nel corso di un’assemblea liturgica, nel chiuso del tempio,
per conforto intimistico degli astanti che si compiacciono di contemplare o di
rivivere il fascino delle operazioni di Cristo. Può essere un momento
emozionante, ma il suo peso, il suo significato sono poveri, pressoché nulli.
La vera evangelizzazione è quella che agisce beneficamente nella vita. I
profeti biblici sono portaparola dei segreti di Dio, ma contemporaneamente veri
protagonisti della storia patria e sacra. Essi intervengono, operano
decisamente nelle vicende del proprio popolo per modificarne le condizioni,
alleviarne i disagi, saldarne le fratture. (…) Sono essi che denunciano le
ingiustizie, le colpe dei propri cittadini e si adoperano per eliminarle fino a
compromettere la vita” (La conversione, pp. 96 – 97).
Terza questione: nel vangelo i semi del
post-religionismo?
Oggi,
almeno in molte aree del pianeta (come l’Europa, l’America Settentrionale, la
Cina) le religioni sono in crisi. La “secolarizzazione” è un processo complesso
con aspetti positivi e negativi, ma è certo che la figura storica di Gesù non è
stata caratterizzata dalla preoccupazione – tipica di molti conservatori e
reazionari contemporanei – di “salvare” la religione tradizionale. Come ho
notato sopra, egli si è concentrato su qualcosa a suo avviso davvero
essenziale: l’impegno per rendere più degna la vita degli esseri umani:
“La salvezza che Gesù annunzia non è legata a persone, a luoghi, a tempi
particolari, ma egli vive in un mondo in cui si privilegiano le alture, gli
edifici sacri che commemorano le manifestazioni di Dio. (…) I samaritani si
vantano del Garizim (Gv 4,20) mentre i giudei ripongono la loro fiducia
sul monte Sion, il luogo prediletto da Jahvé. Gesù fa la sua scelta
rifiutandoli entrambi: «Credimi donna” - confida alla samaritana – “viene l’ora
in cui né su questo monte né in
adorerete il Padre». (…) Non solo Dio non ha luoghi più accetti di altri,
ma l’unico culto che attende è quello dell’offerta della propria vita, spesa in
opere di bene (Rm 12, 1 – 3). Nel discorso della montagna non raccomanda
di portarsi nella sinagoga o nel tempio, ma di essere giusti, misericordiosi,
benevoli, pacificatori, sottolineando il risvolto comunitario che tali azioni
hanno. (…) Le ‘opere buone’ (ta kala erga) sono le visite agli infermi,
non al tempio o alla sinagoga, le azioni che alleviano i mali fisici e morali
dei propri simili non sono i riti, e nemmeno i sacramenti. Il vero culto tende
a glorificare Dio, ma la gloria che egli si aspetta è dare la propria
collaborazione all’opera che egli sta compiendo nella storia (la creazione e la
salvezza). Gesù non era che l’illustrazione vivente di questo programma di
elevazione e promozione dell’uomo. Il ‘tempio’ era più un ostacolo che un aiuto
al vero culto, perché creava l’illusione d’avere adempiuto la volontà di Dio
per aver celebrato le sue lodi, magnificato le sue opere di bene senza
impegnarsi a riattualizzarle nella propria vita. Gesù riduce l’importanza del
luogo sacro fino ad annunziarne la fine (cf. Mc 13,2)” (O. da Spinetoli,
Rifondare la Chiesa, cit., pp. 119 – 120).
Quarta
questione: in concreto come si traduce l’impegno per rendere più dignitosa la
vita degli esseri umani sulla Terra?
Per quanto paradossale possa suonare, la
sintesi più efficace del progetto profetico rilanciato da Gesù è stata offerta
da un movimento filosofico-politico “laicissimo”: i tre “sacri” principi
(libertà, uguaglianza, fraternità) della Rivoluzione francese del 1789. Il
punto di partenza è l’indignazione per le insopportabili differenze fra
“privilegiati” e “poveri” (ivi, p. 182).
· Uguaglianza.
“L’identificazione dei ‘poveri’ di cui parlano i testi profetici non sembra
ammettere dubbi”. I vari termini ebraici descrivono il “povero” come “colui che
ha la testa abbassata, che è ricurvo su se stesso, fiaccato dall’afflizione e
dal bisogno”; “uno che ‘vive di desideri’, ‘che implora’ ”; “esteriormente e interiormente ha l’aspetto e
l’animo di un mendicante”; solitamente segnato dal “deperimento fisico” e dalla
“magrezza”. Insomma i “poveri” sono “coloro che non hanno beni materiali, per
questo mancano di autonomia, di sicurezza e sono alla mercé degli altri,
soprattutto dei potenti. Essi hanno fame non perché aspettano di sedersi a
tavola, ma perché non c’è addirittura nessuna mensa che li attende. I termini
adoperati dagli autori sacri per designare la loro condizione non ammettono
interpretazioni allegoriche o spiritualizzanti. La Bibbia parla spesso dei
peccatori (i ‘poveri’ di virtù, di bontà) ma non intende confonderli con i
poveri veramente tali. Anzi, essi sono denunziati come i responsabili dello
stato di miseria e di indigenza in cui versano gli indigenti, e ciò conferma
che il primo peccato che la Bibbia stigmatizza è quello sociale” (ivi, p. 182).
Non è un caso, dunque, che il “messia” atteso, “invece di impegnarsi in grandi
conquiste” militari, “si adopererà a riequilibrare le classi o le componenti
sociali ridando il posto dovuto ai poveri, agli oppressi, agli emarginati”
(ivi, p. 181).
· Libertà e
fraternità. Liberare dalla indigenza economico-sociale il popolo sarebbe
impresa monca, se non addirittura contraddittoria, se lo si facesse in nome di
un potere verticistico assoluto che desse pane ma negasse libertà nella
fraternità: “la comunità che Gesù ha raccolto intorno alla sua persona è
un’accolta di amici, di eguali, di fratelli. In essa non c’è posto per alcuna
forma di egemonia o di comando” (ivi, p. 96). “Nella comunità cristiana” – che
si autointerpreta come modello nucleare della più ampia società civile – “non
vi è posto per l’assoggettamento di altri uomini al proprio personale dominio.
L’unico atteggiamento consentito verso il fratello è di rendersi utile nei suoi
riguardi, di servirlo. (…) «Voi non fatevi chiamare rabbi perché uno
solo è il vostro maestro; ma voi siete tutti fratelli (adelphoi). E non
chiamate padre (capo) nessuno di voi sulla terra perché uno solo è il padre
vostro, quello celeste» (Matteo, 23, 8 – 10) (…): il vero potere che gli
apostoli hanno ricevuto è guarire gli uomini dalle loro infermità (Mc 6,7; Mt
10,1; Lc 9, 1); in altre parole prodigarsi per il loro bene, senza menomare o
ledere la loro dignità e i loro diritti” (ivi, p. 98). Non è un caso perciò che
nei “suoi primi passi la chiesa si governa collegialmente o democraticamente
più che monarchicamente. L’ufficio di presidenza non sembra influire o
interferire nella scelta; si direbbe un titolo più onorifico che reale” (ivi,
p. 102).
Quinta
questione: il “regno di Dio” costa caro
Il progetto di Gesù – nel suo linguaggio: la collaborazione per la realizzazione del “regno di Dio” nella storia – è ambizioso e, come tale, costoso. La teologia cristiana ha cercato di smussare lo scandalo del fallimento di Gesù immaginando scenari molto più scandalosi (sarebbe morto per placare l’ira divina suscitata dal peccato di Adamo e dei suoi posteri), ma i vangeli parlano chiaro: “La passione di Gesù è il dramma di un profeta fallito, dimenticato dagli amici e apparentemente anche da Dio, che nonostante tutto ha creduto fino all’ultimo alla missione intrapresa nel nome della Verità e del Bene” (ivi, p. 123). Egli ha scelto di “posporre tutto, particolarmente il potere e la gloria”, al perseguimento del suo ideale e non è stato né il primo è l’ultimo nella storia dell’umanità: “Solo con la forza delle sue convinzioni (fede) Gandhi ha portato i suoi fratelli alla coscienza della propria libertà. Con le stesse risorse Martin Luther King ha rimesso sulla strada di Dio i fratelli di colore. Hanno dato la vita per tale causa, che è la stessa per cui Cristo è morto. La storia della salvezza avanza attraverso queste semplici ma efficaci testimonianze” (ivi, p. 159).
Augusto Cavadi
Per l'originale si può cliccare qui: