E’
raro che una persona non si trovi mai a dover governare qualcosa nella sua
vita: una scuola o un’azienda, un piccolo comune di provincia o un’intera
regione. O almeno, in coppia o da sola, la sua famiglia. Governare, dirigere,
amministrare sono tutte azioni impossibili senza un discreto livello di cooperazione
da parte dei governati. Anche nel caso che ci sia un plesso normativo organico
e comprensibile (ad esempio una Costituzione o un regolamento di condominio),
si tratta di una condizione necessaria ma non sufficiente: nessuna legge basta
da sola senza il convincimento interiore di chi la dovrebbe rispettare (fosse
pure il convincimento minimo che obbedire sia più conveniente che disobbedire,
esponendosi al rischio di sanzioni). Ciò spiega perché ogni politica – nel
macro e nel micro – è arte di ottenere e mantenere il consenso.
Come
insegna la storia ci sono molti metodi a tal fine. Nei regimi più o meno
autocratici o totalitari ci si serve del terrore e del monopolio
dell’informazione, nei regimi più o meno democratici dell’abilità oratoria e dell’esemplarità (almeno apparente) dei propri
comportamenti pubblici. Se le differenze si limitassero a queste strategie
sarebbe abbastanza facile distinguere il consenso puramente numerico (di solito maggiore nei regimi autoritari) dal
consenso eticamente qualificato (di solito migliore nei regimi non-autoritari).
Ma nel concreto della storia i confini sono molto labili perché i regimi di
ogni genere ricorrono, in maniera sfacciata o ipocrita, a metodi identici: la
propaganda, l’indottrinamento, la corruzione, la demagogia, l’invenzione di un
capro espiatorio interno o di un nemico esterno.
Il
consenso drogato in ‘democratura’
Ma
allora non tutto ciò che chiamiamo consenso lo è autenticamente. Mi pare di
trovare una conferma di questa mia diagnosi un po’ naif in quanto scriveva
dieci anni fa Roberta De Monticelli. A suo parere, “almeno idealmente”, “nelle
società democratiche”
“la
distribuzione del potere che dà efficacia alle istituzioni, in particolare a
quelle politiche, si fonda sul consenso libero, personale ed esplicito degli
individui. E tuttavia resta vero non solo nel novanta per cento della storia
delle civiltà umane, ma anche in grandissima parte della vita delle moderne
società democratiche, che la distribuzione del potere non si fonda veramente su
un consenso esplicito, ma su un semplice riconoscimento (che non
ha necessariamente il carattere di un’approvazione, ma nella maggior
parte dei casi di una semplice accettazione – o per amore o per forza”).
Si
potrebbe affermare che nella sfera politica si riproducono, ingigantiti,
fenomeni di distorsione del consenso frequenti nei rapporti inter-individuali:
un corpo elettorale sceglie una maggioranza di governo con la stessa libertà interiore
con cui una ragazza drogata accetta di fare sesso con chi le ha offerto il
“cocktail dello stupro” o con la stessa lucidità mentale con cui un paziente in
gravi condizioni di sofferenza sottoscrive, sulla soglia della sala operatoria,
una dichiarazione di “consenso informato” circa i possibili rischi di morte a
cui sarà esposto.
Se
questa rappresentazione è realistica c’è davvero da preoccuparsi, forse da
disperarsi. Che ne è della dignità personale? E che speranze per un futuro meno
orribile del presente che abitiamo impotenti? Come è stato abbondantemente
denunziato negli ultimi anni, soprattutto mediante il web e, più
specificatamente, i social media, anche le elezioni formalmente più libere in
effetti lo sono assai poco. La dittatura resta
dittatura, ma la democrazia degrada inesorabilmente a ‘democratura’.
Cosa
si intende con questo neologismo (attribuito da alcuni a Eduardo Galeano, da
altri a Predrag Matvejević)
che fonde, ossimoricamente, i termini ‘democrazia’ e ‘dittatura’? L’edizione italiana di wikipedia risponde:
“un regime politico sostanzialmente autoritario che però mantiene, anche se
solo formalmente, le apparenze di una democrazia. Chi usa il termine vuole
polemizzare contro la presunta mancanza di coscienza democratica in uno Stato
in cui, pur in presenza di elementi teoricamente cardine della democrazia come
libere elezioni e multipartitismo, sussistono aspetti concreti che lo rendono
di fatto assimilabile a un regime autoritario” perché “tutti i partiti assumono
più o meno le stesse posizioni” (come ad esempio negli USA il Partito
democratico e il Partito repubblicano) e “il governo dipende completamente da
un solo partito”, o da una ristretta coalizione di partiti omogenei, che può quindi far valere unilateralmente
tutto il proprio programma”, deridendo ogni critica e ogni proposta
migliorativa che provenga dalla minoranza parlamentare. Con il risultato che “l'intero
parlamento è passivamente allineato a un governo essenzialmente autoritario” o
per sudditanza voluta o per impotenza subita.
La
fatica della cittadinanza maggiorenne
In
questo scenario mondiale diventa davvero faticoso esercitare una cittadinanza
maggiorenne. Innanzitutto c’è da conoscere le disposizioni – normative o
esecutive – di chi ha titolo per emetterle, dalla Commissione europea al
primario dell’ospedale. E già questo implica non solo procurarsi le
informazioni necessarie e scartare le numerose superflue, ma decifrarle: per
imperizia o per calcolo, infatti, esse vengono redatte in burocratese in modo
che non tutti intendano subito e, quanti intendono, non siano certi
d’interpretare secondo l’intenzione originaria dell’estensore.
Il
secondo passo è valutare il contenuto decifrato: esercitare il giudizio,
la critica, per separare le norme meritevoli di consenso (perché conformi ad
esempio alla Costituzione repubblicana) dalle norme opinabili o addirittura
eticamente inaccettabili.
L’assenso
intellettuale a disposizioni ragionevoli comporta, di per sé, un terzo
passaggio: l’obbedienza pratica ad esse. Il che non è sempre agevole,
talora addirittura eroico: troppe consuetudini, troppi interessi privati,
troppa vigliaccheria caratteriale o acquisita possono indurci al “video
meliora proboque, deteriora sequor”
di ovidiana memoria.
Non
meno gravoso un quarto passaggio: il dissenso – teorico e pratico –
rispetto a ordini ingiusti. Il grado di democrazia reale in uno Stato o in
un’organizzazione di qualsiasi genere si misura dallo spazio di manovra di chi
dissente argomentativamente dall’autorità legittima. Anche là dove la disobbedienza
civile non viene stroncata violentemente, essa ha un costo in termini di
disapprovazione sociale: è il prezzo che hanno pagato i protagonisti
dell’evoluzione umana da Socrate a Ipazia, da Gesù a Mansur al-Hallaj, da Giordano Bruno a Rosa
Luxemburg, da Gandhi a Martin Luther King.
Il
dissenso, per quanto ammirevole quando fondato su solide ragioni teoretiche e
morali, non segna il culmine della cittadinanza adulta e pro-attiva. Se accetto il carcere perché rifiuto la
coscrizione al servizio militare, la mia obiezione di coscienza è degna di
lode, ma acquisisce per intero senso se apre il dibattito pubblico
sull’obbligatorietà della leva e sulla necessità che la legislazione si modifichi
riconoscendo ai cittadini il diritto di servire la Patria anche in modalità
nonviolente. Se, insomma, è un’azione politica. Il criminale di rango
socio-economico e il pioniere delle “utopie concrete” sono accomunati dalla
medesima prospettiva: dissentire dallo ius conditum e attivarsi
affinché, modificata la legge secondo i propri intenti, mediante i meccanismi
consentiti di volta in volta dai regimi in vigore, le si possa prestare il
proprio consenso.
Insomma:
non c’è legittimo dovere di consenso senza legittimo diritto al dissenso, ma,
almeno in linea di principio, il diritto al dissenso mira al consenso verso una
nuova legislazione (che rappresenti, hegelianamente, l’inveramento-superamento della norma iniziale e della contestazione
della stessa).
La tematica del consenso – che implica
dialetticamente il tema del dissenso – squaderna, dunque, prospettive
entusiasmanti sull’agire politico: che, ridotto con rare eccezioni a ring fra
modesti cialtroni, potrebbe diventare (come è stato nei momenti più alti della
storia) l’impegno appassionato per una società in cui, consentendo a regole
stabilite all’unanimità o almeno a maggioranza, in fondo in fondo ciascuno e
ciascuna consente alla propria ragionevolezza. Dunque al bene comune. Dunque al
proprio più vero e lungimirante interesse.
Augusto
Cavadi
“Nuove
frontiere della scuola”, luglio 2025, n. 68